Perché il Sud è povero ed arretrato


REPLICA A BRACALINI, LA QUESTIONE MERIDIONALE E’ TUTTA COLPA DEI SAVOIA

di 
Franco Signorelli
(L’Indipendenza del 10.07.2012)

Dopo aver letto l’editoriale di Romano Bracalini “Perché il Sud è povero ed arretrato? Ecco le cause e le colpe” ed aver fatto sbollire la comprensibile prima reazione di dispetto alle evidenti inesattezze sulle quali la tesi di Bracalini si fonda, ho deciso di scrivere una concisa replica. Non per polemica, ma per amore del lettore. Non per puntare il dito contro Bracalini e contro la redazione de “l’Indipendenza”, che dà adito a tali macroscopiche inesattezze, ma per far capire che, Carlo Levi docet, le parole sono pietre. Esse hanno conseguenze e per questo bisogna misurarle attentamente.
La storia del meridione d’Italia (bisogna sempre ricordare infatti che si tratta di una parte della nostra Italia, non di un posto sottosviluppato da denigrare) è talmente complessa che nessun editoriale potrà mai delucidarla. Ciò che mi preme è unicamente dare qualche spunto perché chi legge abbia voglia di documentarsi a fondo.
La dominazione normanna e soprattutto la sveva fecero raggiungere al Sud d’Italia uno splendore mai più eguagliato, pur dominando anche su gran parte del settentrione, su parte dell’odierna Val d’Aosta, Svizzera e Germania meridionale. E ciò smentisce in maniera evidente l’affermazione di Bracalini, secondo il quale “L’abbandono del Mezzogiorno era tale che dalla caduta dell’impero romano all’avvento della dinastia borbonica, non si aprì una sola strada rotabile che mettesse in comunicazione le province fra loro e queste con la capitale”. Basta leggere l’enciclopedia Treccani per rendersi conto che le reti di comunicazione all’interno del regno del Sud e fra questo e gli altri stati erano ben sviluppate per gli standard del tempo. Esse ricalcavano in parte la rete viaria romana, com’è logico, formando in più un nuovo tessuto viario a forma stellare composto di strade brevi, ramificate, che da tutti i centri attivi si irradiavano in ogni direzione con una complessa articolazione collinare, che contrastava con la regolarità e la linearità del sistema viario romano basato su uno schema centralistico e comprendendo inoltre altre vie di comunicazione, non solo terrestri ma anche fluviali e marittime.
Le dominazioni angioina ed aragonese ed i vicereami asburgici e savoiardo (ebbene sì anche la casata Savoia mise il suo zampino nel Sud ancor prima dell’Unificazione, salvo poi scambiare la Sicilia con la Sardegna…), segnarono purtroppo un lungo periodo di declino fra il 1266, data della cacciata degli Svevi, e 1734, data dell’avvento al trono di Napoli di Carlo III di Borbone. Da tener presente, però, che tale declino non era limitato al Sud, ma interessava tutta la penisola, frammentata e dominata in gran parte da popoli stranieri. E si trattava di declino relativo, considerando le bellezze architettoniche edificate in quel periodo e che ancora costellano il meridione.
In seguito, l’avvento dei Borbone segna un progresso innegabile per tutto il Regno delle due Sicilie, che dura fino all’annessione al Regno d’Italia. I Borbone portarono il Regno delle Due Sicilie all’avanguardia in numerosi campi, dalle lettere alla musica e alle scienze, dall’industria al commercio e alle telecomunicazioni, dall’agricoltura all’allevamento del bestiame, senza trascurare il fatto che nel Meridione vi era la più alta percentuale di medici per abitanti (1 su 958 a fronte di 1 su 1834 in Piemonte, Luguria, Lombardia, Toscana e Romagna) smentendo l’affermazione di Bracalini che “L’unico ceto medio che si era potuto formare era quello degli avvocati”. Numerosi progressi sociali, un tasso di disoccupazione tra i più bassi d’Europa, una pressione fiscale diretta ed indiretta ed un costo della vita nettamente inferiori rispetto agli altri Stati preunitari facevano sì che il Regno delle Due Sicilie fosse il più popoloso della penisola e Napoli fosse di gran lunga la città più grande d’Italia, mentre Palermo rivaleggiava con Roma e Messina aveva il doppio degli abitanti di Reggio Emilia o di Brescia. Ciò smentisce ancora una volta Bracalini quando scrive che “Dopo gli spagnoli, il regime borbonico assestò al Mezzogiorno il colpo finale”. Chiunque voglia acquisire dati obiettivi a conferma di ciò che scrivo non ha che consultare dati e cifre del primo censimento della popolazione del Regno d’Italia del 1861, a pochi mesi dall’Unità. Il Regno delle Due Sicilie contava 5 milioni di occupati, di cui gran parte specializzati in vari campi, dall’agricoltura all’industria al commercio, sul totale nazionale di 11 milioni. Forse ancor più eloquente per chi è abituato a ragionare in termini di “spread” risulterà la considerazione che la rendita dei titoli di stato del Regno delle Due Sicilie nel 1860 era del 120% alla Borsa di Parigi e che il Ducato del Regno delle Due Sicilie valeva 4.25 lire piemontesi ed era garantito in oro nel rapporto di uno ad uno, mentre il rapporto lira/oro era di tre ad uno (ogni tre lire piemontesi in circolazione ve ne era solo una in oro).
Il colpo di grazia al Meridione non lo hanno dato affatto i Borbone ma purtroppo i Savoia. Il Nitti stesso, egli sì giornalista imparziale, oltre che insigne statista, scrisse che i Savoia, mettendo fuori corso il Ducato, triplicarono la massa monetaria incamerata con l’annessione del Sud. Sotto i Savoia il meridione piombò in una condizione di pre-feudalesimo. Essi introdussero in un sol colpo ben 22 nuove tasse, mentre la pressione fiscale diretta al Sud era rimasta immutata dal 1815 al 1860, pur aumentando le entrate fiscali in tale lasso di tempo da 16 milioni di ducati a 30 milioni, dimostrazione incontestabile di crescita economica. Il governo Savoia Smantellò le industrie del Sud, un esempio per tutti le Regie Ferriere di Mongiana, in Calabria, trasferendole al Nord, dando così inizio all’emigrazione, fenomeno assente durante il regno borbonico, e guadagnando così nei secoli manodopera a basso costo. Abolirono inoltre il protezionismo, aprendo il mercato a prodotti esteri a basso costo ed ancor più bassa qualità, determinando il declino dell’agricoltura del Sud. Smantellarono i cantieri navali e gli arsenali e quindi la flotta mercantile che sotto i Broboni era la seconda del mondo, dopo quella inglese. Addirittura l’industria ceramica di Capodimonte, nota in tutto il mondo, venne quasi a
zzerata con l’annessione del Regno delle Due Sicilie a quello piemontese.
Eppure la maggior parte dei meridionali hanno accettato di pagare questo prezzo altissimo all’Unità d’Italia. Dimostrazione ne è il fatto che i più strenui difensori dell’unità nazionale sono proprio i meridionali. Ciò che risulta insopportabile è l’imbattersi a cadenza regolare in articoli e pubblicazioni del tenore dell’editoriale di Bracalini, che sputano sentenze antimeridionali come fossero verità inappuntabili.
Invito quindi il lettore a formarsi una propria opinione documentandosi a fondo. Il web è una fonte inesauribile. Basta leggere gli scritti di Nitti, quelli di Denis Mach Smith, consultare gli archivi dell’Ufficio Storico della Marina Militare o dello Stato Maggiore dell’Esercito, oppure leggere le tante pubblicazioni sul Sud e l’Unità d’Italia di Gennaro de Crescenzo, di Giuseppe Ressa, di Mario Intrieri.
Chiunque abbia uno spirito aperto potrà rendersi conto che la questione meridionale è molto più complessa di quanto scrive Bracalini. E soprattutto che è profondamente sbagliato trarne spunti antimeridionali. Siamo tutti meridionali, nel senso che la storia del meridione è storia italiana e chi dà credito a chi denigra il meridione in quanto tale cade in un falso storico paragonabile alla “Constitutum Constantini”. Per dirla con Aristotele, la causa della difficoltà della ricerca della verità non sta nelle cose, ma in noi, che chiudiamo gli occhi alla verità come fa la nottola alla luce del giorno. Per pigrizia, comodità, faziosità, sempre per ignoranza.



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