Il 13 febbraio è il nostro Giorno della Memoria

PER LE VITTIME MERIDIONALI DELL’UNITÀ D’ITALIA
Celebreremo anche quest’anno il 13 febbraio, ultimo giorno del Regno delle Due Sicilie a Gaeta, il Giorno della Memoria per il Sud con una serie di eventi che quest’anno, purtroppo, saranno online.
Nessuna “vendetta”, Re Francesco non vuole; nessuna “divisione”, già siamo abbastanza divisi (mai uniti); “nessun rancore”, un sentimento a noi sconosciuto. Questi sono elementi che non fanno parte della nostra tradizione da oltre 2000 anni.
Solo il diritto di ricordare tutta la storia, anche quella che portò al Sud massacri, fucilazioni, arresti, deportazioni con un’emigrazione ed una Questione Meridionale mai conosciute prima e tuttora in corso nel silenzio degli storici “ufficiali” e dei politici locali e nazionali “ciucci e venduti”. E alcuni di essi sono anche contrari a dibattiti o riflessioni, alcuni offendono quella memoria, alcuni propongono “l’oblio” dopo 160 anni di mistificazioni e cancellazioni di verità ormai rivelate e sempre più diffuse.
In un recente video il noto prof. Barbero attacca, nelle risatine della sala, chi chiede il Giorno della Memoria e qualcuno, prima o poi, ci spiegherà se è più “divisivo” il giorno della memoria o un Paese che non assicura pari diritti a tutti i suoi abitanti da oltre un secolo e mezzo…

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Contro l’Oblio – Pino Aprile

Il nuovo libro di Pino Aprile
CONTRO L’OBLIO
Giorno della Memoria per le vittime meridionali dell’Unità d’Italia.

“D’Azeglio aggiunse che fatta l’Italia, dovevano fare gli italiani. Li hanno fatti. Fuori”.
13 febbraio 1861. Fine dell’assedio di Gaeta. Il Generale Cialdini trasforma la vittoria piemontese in una carneficina. Vengono così sepolte le voci dei vinti. Da Casalduni a Pontelandolfo, da Auletta a Bronte, eccidi e stragi dimenticate. Pino Aprile lotta per l’istituzione di un giorno della memoria delle vittime meridionali dell’Unità d’Italia. Restituisce un volto a sconfitti, umiliati, conquistati e oppressi. Immagini e dati accompagnano gli scritti di Pino Aprile, che però racconta anche il Mezzogiorno del XXI secolo: sospeso tra disuguaglianze territoriali e speranze di cambiamento. Non ci può essere nazione senza memoria, unità senza riconoscimento dei propri errori.
Dall’autore del bestseller Terroni, un volume per istituire il giorno della memoria per le vittime meridionali.

SCAMPIA, NAPOLI, SUD (E PINO APRILE).
Cari amici del Movimento Neoborbonico, sono Rosario Esposito La Rossa direttore della casa editrice di Scampia “Marotta&Cafiero editori”. Con questo messaggio voglio annunciarvi la pubblicazione del nuovo libro di Pino Aprile CONTRO L’OBLIO – giorno per la memoria per le vittime meridionali dell’Unità d’Italia” all’interno della nuova collana meridionalista (‘O PAPPECE).
Un volume che si batte fortemente per l’istituzione del giorno della memoria del Sud. All’interno numerose infografiche, schede, foto di eccidi e stragi piemontesi. Anche una mappa e l’elenco dei nomi delle vittime. Un volume da utilizzare anche tra i più giovani. Il volume sarà pubblicato in occasione della manifestazione di Gaeta. Per voi amici del Movimento Neoborbonico c’è un piccolo sconto acquistando sul sito www.marottaecafiero.it e inserendo il codice sconto “gaeta”. Per chi abita a Napoli consegna a domicilio gratuita. Spero vogliate sostenere la nostra casa editrice di frontiera (rendendo concreta anche la campagna “compra Sud”).
Un forte abbraccio a tutti voi

PS
Quest’anno saranno celebrati i 160 anni dell’unificazione italiana. Noi “contro-celebriamo” con un piccolo regalo: le prime 160 copie per i primi 160 ordini saranno numerate con segnalibro in edizione limitata.

 

 

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L’Oro del SUD per finanziare il NORD

COME LE RISERVE IN ORO DEL REGNO DELLE DUE SICILIE FINIRONO AL NORD ITALIA

Nel 1865 era ancora in vigore la piena convertibilità della moneta con l’oro, quando la Banca Nazionale studiò una vergognosa speculazione che vendeva al Sud titoli di credito pubblici, ricevendo in cambio moneta del Banco di Napoli che poi si convertiva in oro agli sportelli dell’istituto di credito meridionale. In questo modo, dopo il furto di Garibaldi & C., continuarono a diminuire le riserve auree del Banco: da 78 milioni del 1863 a 41 milioni nel 1866. Al contrario, come era stato progettato, le riserve auree della Banca Nazionale del Regno d’Italia aumentarono di 6 milioni.
A completamento della grande truffa, ci fu la famigerata legge del 1° maggio 1866 sul corso forzoso: la moneta del Banco di Napoli poteva essere convertita con l’oro dei propri depositi, mentre si dichiarava “inconvertibile” la moneta emessa dalla Banca nazionale. In questo modo l’oro piemontese veniva messo in salvo, mentre quello custodito al Sud fu sostituito da monete di carta, deprezzate dalla continua inflazione. Il tanto vituperato Banco di Napoli finì per salvare dal fallimento l’istituto di credito piemontese, garantito dalla “non conversione” delle monete di sua emissione.
Nel 1898 si mise fine alla pluralità delle banche che potevano emettere moneta. Nacque la Banca d’Italia: al Mezzogiorno ne furono concesse 20.000 azioni contro le 280.000 del Centro Nord. La sola Liguria ne possedeva più di 120.000. Le ex Due Sicilie continuavano ad essere considerate terra di conquista. Non solo militare, ma anche e soprattutto economica.

Liberamente “saccheggiato” dal libro di Gigi Di Fiore – Controstoria dell’Unità d’Italia.

 

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L’incalzante mitologia anti-neoborbonica

Sappiamo bene gli sforzi che il mendacio cerca di produrre soprattutto negli ultimi tempi ai danni della ricerca neoborbonica nell’ambito della divulgazione storica.
Il loro grottesco tentativo è di trasformare la sacrosanta rivendicazione storica dei neoborbonici in “vittimismo fanatico”, sfoderando il peggio della mitologia risorgimentale.
Lo scopo è sempre lo stesso: portare avanti indisturbati la gestione della cultura ufficiale sulla quale sono fondate la maggior parte delle istanze politiche italiote da oltre 160 anni, tutte vergognosamente nord-centriche.
Ma, purtroppo per loro, oltre ad un’agguerrita schiera di ricercatori e scrittori del mondo neoborbonico, diversi autorevoli studiosi, anche di livello internazionale, hanno confutato le traballanti tesi dei cattedratici di regime, con la pubblicazione di saggi ottimamente argomentati, generando tra alcuni storici prezzolati reazioni scomposte che spesso hanno assunto i connotati di una vergognosa intolleranza culturale e razziale nei riguardi dei neoborbonici.

Addirittura, nel vano tentativo di arginare il dilagare della pubblicistica identitaria neoborbonica, hanno dato sfogo ad una retorica risorgimentale antica, riproponendo l’esaltazione acritica e faziosa del primo risorgimento. Non tenendo conto nemmeno di quanto loro stessi hanno in precedenza ammesso, in alcuni programmi televisivi specializzati hanno presentato tesi storiche ottocentesche, abbondantemente superate grazie al ritrovamento di importanti fonti archivistiche. Infine, messi di fronte a devastanti ed inconfutabili verità, hanno avuto il coraggio di suggerire “l’oblio di questa parte di storia per amor di patria”.
Tuttavia, in questo scontro culturale impari per i mezzi di diffusione a disposizione dei detentori dell’informazione storica italiana, si sta verificato un effetto collaterale da loro non previsto: al dibattito storico, seppur a distanza, si sono sovrapposte questioni politiche in alcuni casi preoccupanti. Infatti, alcuni risorgimentalisti estremisti, per soffocare ogni esigenza identitaria neoborbonica, sono arrivati al punto di chiedere la restaurazione di un centralismo vetero-savoiardo senza precedenti nella storia della Repubblica, riproponendo simboli, nomi ed “eroi” appartenuti ad una monarchia aberrante, razzista e sanguinaria.
Di fronte a questo contrasto tra verità storica, dettata da un’esigenza di riscatto morale e sociale, e mitologia risorgimentale, finalizzata alla conferma del potere dell’informazione e della cultura, chi trae i propri interessi sono sempre loro, i “baroni universitari”, coloro che devono le loro fortune alle conferenze con pubblico “pagato”, alla vendita forfettaria di libri ad enti ed istituzioni culturali dello Stato ed a trasmissioni televisive super blindate, dove nulla, nemmeno per qualche secondo, può permeare la stantia cultura del mendacio.
In questo clima di aspra contrapposizione culturale, si sta verificando un altro incredibile paradosso: gli avversari della cultura di regime, i neoborbonici, hanno assunto il ruolo di veri moderati, mentre i difensori di una storia falsa e manipolata diventano sempre più intolleranti estremisti.
E’ chiaro che alla base di tutta la questione ci sta il netto rifiuto da parte di chi, detenendo il potere della cultura e dei mass media, non accetta un confronto paritetico, documentale e, soprattutto, faccia a faccia con i neoborbonici, con il risibile pretesto di non ritenerli degni di trattare la storia. Preferisce sentenziare a distanza, trincerandosi vigliaccamente dietro il monopolio dell’informazione e colpendo di tanto in tanto i vulnerabili mezzi informatici dei neoborbonici. Una vivace contrapposizione che, subendo proprio in questi giorni una notevole recrudescenza, richiederà ai neoborbonici ed ai loro amici un ulteriore impegno sui vari fronti di discussione a distanza ed una più oculata e capillare diffusione della verità storica.

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Emanuele Filiberto il perdono lo deve chiedere anche ai Meridionali

Gentile Emanuele Filiberto di Savoia,
abbiamo apprezzato la lettera di perdono da lei finalmente e correttamente rivolta alla comunità ebraica per le leggi razziali dei suoi antenati, ma dobbiamo ancora una volta ricordarle che “il peso sulle spalle della sua casa reale” non è solo quello.

Se è vero che, al contrario di quanto sostenuto da diversi intellettuali in questi mesi, la memoria serve e la storia non deve essere cancellata e se è vero che lei non si riconosce “in ciò che fece Vittorio Emanuele III”, è arrivato, forse, il momento di “fare i conti” anche con un’altra storia e di chiedere perdono per quello che fece anche Vittorio Emanuele II ai danni delle popolazioni del Sud dell’Italia, proprio durante quell’unificazione di cui lei, anche in questa occasione, si dice fiero.

Nessuno mette in dubbio che l’Italia potesse e dovesse essere unita, ma di certo non con le modalità attuate dai suoi antenati. Un regno legittimo, quello dei Borbone e delle Due Sicilie, fu illegittimamente invaso. Centinaia di migliaia persone furono massacrate “infamandole con il marchio di briganti” (come scrisse Gramsci) e anche incarcerate e deportate. Dai primati positivi riferiti alla demografia, alla mortalità infantile, alle percentuali di medici e ospedali, alle riserve auree, al Pil, ai redditi medi, al numero delle industrie e degli occupati o alla longevità, il Sud diventò la terra dei primati negativi. Il Sud diventò la terra di milioni di emigranti in una tragedia mai finita e con una Questione Meridionale nata solo allora e non ancora risolta.

È il momento, allora, di “scrivere a cuore aperto una lettera non facile” e forse molto più di una lettera, anche ai meridionali per quello che sopportarono 160 anni fa e che sopportano ancora oggi in conseguenza di scelte riferibili anche ai suoi antenati.
In attesa di un suo riscontro dopo 160 anni, cortesi saluti da un meridionale.

Prof. Gennaro De Crescenzo
Movimento Neoborbonico – Napoli – Palermo

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L’Arco Borbonico crollato sarà ricostruito

Ad annunciarlo è stata Anna Laura Orrico, Sottosegretario del Ministero per i Beni e le Attività culturali e per il Turismo, durante un’interpellanza relativa all’antico approdo settecentesco di Napoli. Come sappiamo, l’Arco Borbonico è crollato il 2 gennaio 2021 a causa dell’incuria, come aveva segnalato la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per il Comune di Napoli, obbligando l’Autorità Portuale a restaurarlo. Infatti tante erano state le denunce e gli appelli, anche e soprattutto da parte dei nostri attivisti neoborbonici, affinché no si perdesse quel pezzo della nostra Storia.

“L’intervento di restauro, che si intende avviare nel più breve tempo possibile, compatibilmente con le procedure dettate dalle normative di riferimento, si ritiene del tutto idoneo al ripristino del manufatto” ha dichiarato Orrico. “In conseguenza delle violentissime mareggiate che a partire dal precedente 28 dicembre hanno interessato il litorale partenopeo e che hanno determinato ingenti danni al lungomare e al Castel dell’Ovo, si è dato corso a immediate interlocuzioni di natura tecnica con l’Autorità portuale finalizzate all’adeguamento delle intenzioni progettuali precedentemente definite condividendo la necessità, data l’urgenza dell’intervento, di affidare il coordinamento delle attività di progettazione alla Soprintendenza”.
Il Sottosegretario del MiBACT ha illustrato le linee fondamentali del progetto di restauro: “Recupero di tutti gli elementi crollati; consolidamento della platea fondale e realizzazione di una centina a sostegno della volta; ricollocazione degli elementi lapidei di rivestimento; ricostruzione del contrafforte crollato”.

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Santa Messa in suffragio di S.M. Francesco II a Napoli

Francesco II Sul sito

MARTEDÌ 19 GENNAIO 2021, ORE 18.00

S. MESSA DI SUFFRAGIO PER

S. M. FRANCESCO II DI BORBONE

DUE SICILIE,

RE e SERVO DI DIO

Chiesa di San Ferdinando di Palazzo

Piazza San Ferdinando – Napoli

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SS Messa in suffragio di Francesco II di Borbone

Ad Arco di Trento

Sotto il Patrocinio della Real Casa di Borbone delle Due Sicilie e della stessa Città ove il nostro augusto Sovrano esalò l’ultimo respiro a Dio, su iniziativa del nostro Delegato per il Trentino Dott. Marco Ascione, sabato 16 c.m., alle ore 18.00, sarà celebrata la divina Eucarestia presieduta dal Rev. Parroco della storica Collegiata di S.M. Assunta Don Francesco Scarin, alla presenza del Sindaco Ing. Alessandro Betta e delle autorità comunali, della rappresentanza della Compagnia Schützen, con il Com. Ivan Benuzzi. Tutti in presenza secondo le norme Covid vigenti.
Sarà depositata dal Sindaco una corona di alloro per onorare il Servo di Dio Francesco II di Borbone.
Continuiamo ad accompagnare questo delicato momento dell’iter canonico avviato pregando per le Autorità ecclesiastiche competenti, e per tutti.

Messa ad Arco#001

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Crudeltà Borboniche

CONSIDERAZIONI SULLE (PRESUNTE)  CRUDELTÀ BORBONICHE E QUALCHE DUBBIO (DOCUMENTATO) SU ALCUNI “EROI PADRI DELLA PATRIA”.

Ogni tanto qualche libro e qualche articolo tirano fuori qualche grande “scoop” sui Borbone “cattivissimi” o (addirittura) su Gladstone che li definì “negazione di Dio” (scoop nello scoop di una definizione che è tra le più presenti nella storia dei libri di storia) e sulle grandi virtù dei famosi “padri della patria” (idem come sopra).

Riepiloghiamo, anche se con un pizzico di noia e il solito pizzico di napoletana ironia:

1) “SE IN QUALCHE FATTO C’È ESAGERAZIONE AD ESEMPIO NELLE TORTURE L’ESAGERAZIONE È NOSTRA. A ME E AI MIEI AMICI NON È STATO MAI TORTO UN CAPELLO NELLE CARCERI… LA CUFFIA E ALTRO SONO INVENZIONI” (LUIGI SETTEMBRINI lettera all’amico Luigi Zini del 28 luglio 1876 e cfr. anche Giovanni Attinà, “Le carceri  borboniche negazione di Dio?”).

2) “Negli ergastoli napoletani i patrioti stavano relativamente meglio che negli ergastoli piemontesi” (ANTONIO GRAMSCI, “Risorgimento”, Einaudi, Torino, 1950, p. 171).

3) “Il trascinamento a coda di cavallo, le tenaglie infuocate, le ruote sul petto, lo scannamento dei prigionieri, la rottura di ossa, colpi di tenaglia infuocati, le decapitazioni con le teste recise accanto alle braccia e nelle gabbie” [i sabaudi lo fecero anche nel Sud, dopo il 1860, contro i “briganti”]… “Per trattare così i carcerati, meglio sarebbe fugilarli tutti che fargli morire a così lenta maniera, condizioni di brutalità assoluta”, tra “febbri, malattie, sudiciume e marciume”; diffusa la pratica di “cinghiate e bretelle, insetti che rodevano le carni, celle come loculi, catene con 18 maglie di ferro dai piedi al fianco e bastonature ignominiose” che spesso portavano alla morte o alla paralisi, “tavole di legno senza pagliericci e sudicie, umide e catene anche di notte” erano norma e prassi almeno fino al Codice Zanardelli del 1889, 18% la mortalità nelle carceri…

Non sono notizie relative alle famose carceri borboniche, ma alle meno famose carceri sabaude dagli inizi dell’Ottocento (v. “Informazioni Statistiche raccolte dalla Regia Commissione Superiore per gli Stati di S. M. in Terraferma. Statistica Medica”, vol. II, Stamperia Reale, Torino, 1847-1852 e v.  J. Bossuto e L. Costanzo, “Le catene dei Savoia”, prefazione di A. Barbero, pp. 93, 153, 171, 196,  213).

Evidentemente in quegli anni le prigioni non erano alberghi a 5 stelle da nessuna parte e in quelle napoletane le condizioni non erano affatto peggiori di quelle di altri luoghi italiani e esteri. E qualcuno dovrebbe ricordare anche morti, deportati e incarcerati, a decine di migliaia, in tutto l’ex Regno delle Due Sicilie durante la cosiddetta “guerra del brigantaggio”.

4) POERIO? Significative e divertenti le antiche sintesi di Petruccelli della Gattina che, intanto, smentiscono molte tesi al pari di Settembrini e proprio non riusciamo a credere all’ipotesi “scientifica” (?) di una diffusa invidia contro… Poerio.  “Il vero Poerio, ch’era divenuto grand’uomo grazie al ‘QUEL BUFFONE DI GLADSTONE’, credette veramente all’esistenza del falso Poerio, del personaggio fabbricato dai giornali durante dodici ininterrotti anni di articoletti romantici. Il trionfo di quella campagna fu così completo che tanto letterati quanto GLI SCRITTORI CHE NON CONOSCEVANO POERIO, LO PRESERO SUL SERIO e, cosa ancor più stupefacente, lo prese sul serio anche Cavour” (Ernesto Ravvitti, “Delle Recenti avventure d’Italia”, Venezia, 1864 e Harold Acton, “Gli ultimi Borboni di Napoli. 1825-1861”, Giunti, Milano, ed. 1997, p. 4 e cfr. Ferdinando Petruccelli della Gattina, “I moribondi di Palazzo Carignano”, Milano, 1862).

5) GLADSTONE? Senza entrare nel merito delle condizioni (terribili) delle carceri e delle periferie inglesi o dei massacri di centinaia di migliaia di persone durante la colonizzazione inglese dell’India (anche nei giorni nei quali Gladstone trovava il tempo di girare per Napoli), significative e divertenti le recenti sintesi di John Davis, uno degli storici più famosi al mondo e tra i più accreditati anche negli ambienti accademici”. Davis, infatti, ha chiuso per sempre la questione rivelando gli interessi personali di Gladstone tra gli zolfi britannico-siciliani:  l’Inghilterra, quindi, condizionò il giudizio sui Borbone per interessi commerciali legati in particolare alla guerra degli zolfi oltre che politici. Lo stesso Gladstone, per Davis, non era in buona fede in quanto era stato “portavoce nella Camera dei Comuni per i mercanti inglesi di zolfo e, tra l’altro, in precedenza aveva scritto un resoconto più che positivo delle Due Sicilie”… (cfr, J. Davis, “Napoli e Napoleone”, 2014, (nota 24) e “The Gladstone Diaries”, a cura di M. R. D. Foot, Clarendon Press, Oxford, 1968, ottobre-novembre 1838, pp. 484-502).

6) “LA STORIA SI FA CON I DOCUMENTI”: esatto! E noi condividiamo in pieno e in tutti i nostri libri questa tesi.

Prof. Gennaro De Crescenzo

“I falsi del Risorgimento”, presto in tutte le librerie.

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FALSE PRIMOGENITURE STORICO-LETTERARIE

di Antonio Pulcrano

La Rai, per la Sezione Rai Cultura, ha trasmesso, a tarda notte, un interessante programma, scritto e presentato dall’onnipresente Alessandro Barbero, su Dante e la sua vita, definendo, fin dalle molteplici presentazioni, il Sommo Poeta come il “Padre della Letteratura Italiana”.
Ebbene, sappiamo che Alighiero Durante, detto Dante, fu il rampollo prediletto di una ricca e chiacchierata famiglia fiorentina, che, tra litigi, fughe, agguati falliti ed esili, trovò il tempo e la voglia di scrivere uno dei maggiori Capolavori della Letteratura mondiale, ma che certamente non fu il “Padre della Letteratura Italiana”, come pure il “volgare” fiorentino, normalmente accreditato come lingua madre dell’italiano scritto e parlato, in sostituzione del latino, risulta tale per una voluta forzatura storico-letteraria.
Francesco De Sanctis, letterato e critico, “patriota” e parlamentare del neonato Regno d’Italia, nato a Morra Irpina (oggi Morra De Sanctis), inizia la sua monumentale “Storia della Letteratura Italiana”, – data alle stampe in due volumi nel 1870 (la data è importante, in piena “restaurazione” antimeridionale), – con il capitolo “I Siciliani”, facendo così comprendere che gli albori della Lingua italiana siano da ricercarsi alla corte di Federico II di Svevia a Palermo.
Inutile dire che il volgare, già da oltre un paio di secoli prima di Dante iniziò ad affermarsi come lingua parlata tra il popolo, specie nelle zone centro-meridionali della penisola, trovando la sua massima espressione letteraria, infine, presso la Corte di quel grande sovrano illuminato che fu Federico II, “chierico grande”, cioè uomo dottissimo, come lo definì lo stesso Dante, il quale scrisse perfino, nel De vulgari eloquentia, che il dialetto siciliano era già sopra agli altri. “E in Sicilia troviamo appunto un volgare cantato e scritto…che è già un parlare comune a tutt’i rimatori italiani, e che tende più e più a scostarsi dal particolare del dialetto, e divenire il linguaggio delle persone civili”. (Così il De Sanctis!).
A Palermo quindi confluivano tutti i maggiori letterati dell’epoca, da ogni zona del Sud Italia, pugliesi, napolitani, salentini, calabro-siculi…e lì comparve per la prima volta un componimento in rime, una “cantilena” scritta in volgare, di certo Ciullo di Alcamo, datata intorno al 1231, considerato in assoluto il primissimo scritto in volgare della Storia della Letteratura italiana. Si pensi che Federico II è morto nel 1250, addirittura 15 anni prima della nascita di Dante, mentre si ritiene datata intorno al 1250, invece, la prima “canzone” in rime, di certo Folcacchiero da Siena, che espresse per iscritto le nuove tendenze parlate e letterarie provenienti da tutto il centro Italia.
Francesco De Sanctis scrive testualmente: “Quale delle due canzoni sia anteriore” – ma lo è quella di Ciullo di Alcamo – “è cosa puerile disputare, essendo esse non principio, ma parte di tutta un’epoca letteraria, cominciata assai prima, e giunta al suo splendore sotto Federico II da cui prese il nome”.
Ergo, Dante Alighieri non può essere considerato “il Padre” della letteratura italiana, ma soltanto colui che diede al volgare una conferma, una valenza letteraria propria. Occorreranno secoli, con altri scrittori e poeti, primi fra tutti il Manzoni per la prosa e Torquato Tasso per la lirica, per vedere affermare un lessico in continuo divenire, che peraltro si radicherà nel parlato comune degli Italiani soltanto nella seconda metà del secolo scorso, con la scuola di massa e l’avvento della radio e della televisione, preferendo, spesso ancor oggi, dei vernacoli che sono anch’essi vere e proprie Lingue, il più delle volte ancora più espressivi e completi dell’italiano.
Quest’anno ricorrono i 700 anni dalla morte di Dante Alighieri, ricorrenza che, per carità, è giusto e sacrosanto celebrare essendo egli uno dei più grandi scrittori e poeti della storia dell’umanità intera, ma è altrettanto giusto e sacrosanto rivendicare certe primogeniture meridionali, visto come a molte altre c’hanno fatto abiurare, relegandole nell’oblio dei secoli.

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