Lombroso e il Brigante – Maria Teresa Milicia



CRITICA STORICO-LETTERARIA
a cura di Antonio Mura

VIVAMENTE SCONSIGLIATO
VIVAMENTE SCONSIGLIATO



La foto della “nativa” Maria Teresa Milicia al fianco dell’illustre medievista, Prof. Alessandro Barbero, evidenzia che le ormai lunghe frequentazioni della “nativa” calabrese con le civilissime popolazioni venete ha in parte modificato le pessime origini genetiche della “nostra” etnologa, tanto da poter mostrare con orgoglio il suo cranio, passato dalla peggiore brachicefalia alla dolicocefalia dei popoli più evoluti, e tanto da poter sedere al fianco dell’illustre medievista senza complessi di inferiorità, e sembra che la sua negritudine si sia quasi completamente sbiancata! Ma non è per questo che le scrivo. 
Ho letto il libro della Milicia “Lombroso e il Brigante” e bisogna ammettere che nonostante l’onesto sforzo di confondere le idee, in certe pagine del suo libro la verità storica risulta talmente grande che non è in grado di nasconderla, o forse semplicemente non se ne rende conto. A pag. 58 del suo libro dice: “tenuto conto dell’ineccepibile stato di conservazione dei documenti della Gran Corte Criminale, possiamo ritenere certo che, fino al 1862, non c’è più nulla a suo carico (si riferisce al povero Villella)”. Ineccepibile stato di conservazione dei documenti della Gran Corte Criminale, cioè alla faccia della tanto vituperata, cosi detta “burocrazia borbonica”. Ma a pag. 50 si legge: “dal 1862 al 1867, negli anni di passaggio dalla Gran Corte Criminale alla Corte d’Assise, pare ci sia un vuoto, purtroppo”. Cioè negli anni di passaggio dalla ineccepibile burocrazia borbonica a quella sabauda. Bisogna comunque dare atto alla studiosa di avere individuato con quasi assoluta certezza il Villella studiato da Lombroso, cioè il Giuseppe Villella nato a Motta Santa Lucia il 2 maggio 1802 di professione pecoraro, ladro. Ma spesso i ricercatori si perdono nei dettagli e finiscono per non riuscire a vedere (se vogliamo credere nella buona fede) la visione d’insieme degli eventi. Ed allora leggiamo quello che scrive la Milicia nel suo libro. A pag. 50 si legge: “si tratta di una sentenza di condanna (sei anni) emessa dalla Gran Corte Criminale di Calabria Ultra Seconda, riunita a Catanzaro il 19 giugno 1844, a carico di Giuseppe Villella, del fu Pietro, di anni 35, “bracciale” (bracciante)”. Quale sia il contenuto di quella sentenza si legge a pag. 51: “fu anche Giuseppe Villella accusato di furto a danno di Nicola Gigliotti di motta Santa Lucia avvenuto la notte del 29 luglio 1843 in contrada Tomasello. E le pruove nettamente compilate chiarirono che Giuseppe Villella unito a Carmine Ajello, che era armato di fucile e giberna, si presentarono in detta notte alla mandra del Gigliotti e minacciati i mandriani si presero cinque ricotte, una forma di cacio, due pani e nell’ovile gli tolsero due capretti di quali ne scorticarono uno e ne avvolsero la carne in un fazzoletto che anche avevano rubato. Tutti gli oggetti non superavano i trenta carlini(!). Il Gigliotti ed il mandriano Roberto presero a seguire le orme loro e presero diversa direzione. Il Roberto giunto in Motta Santa Lucia alla casa del Villella che già rientrava il vide col fazzoletto in mano ove aveva la carne del capretto e il Villella accortosi di lui si dava alla fuga”. Continuando a pag. 58 si legge:” altro dato incontestabile: al momento della sentenza del 1844 Villella è incensurato”. Questa circostanza ci aiuta a spiegare l’ultima apparente contraddizione fra i dati. Ricorderete che il 24 aprile del 1848, l’atto di nascita della figlia Francesca registra la sua presenza. Come può essere presente e, soprattutto, come può aver concepito una figlia se stava scontando una condanna a sei anni di reclusione? In uno dei passaggi del dispositivo di condanna gli vengono riconosciute delle attenuanti per cui <le pene stabilite potranno nell’applicazione essere diminuite di un grado>. Se Villella, incensurato, ha goduto di sconti di pena in virtù di attenuanti concesse, è plausibile che sia uscito dal carcere appena in tempo per concepire una figlia alla fine del luglio 1847. A questo punto devo almeno menzionare i documenti da me rinvenuti quando la stesura del libro era già ultimata. Ricordate Bruno Notarianni, marito di Maria Villella, detenuto nello stesso carcere di Giuseppe? Ebbene quella Maria altri non è che Maria Petruzza, fu Pietro Villella e Cecilia Rizzo, sorella minore di Giuseppe, come attesta l’atto di matrimonio stilato il 18 dicembre 1835 a Motta Santa Lucia. Bruno Notarianni era il cognato del nostro Giuseppe Villella “pecoraro”: entrambi detenuti a Pavia e uniti nello stesso tragico destino”. Passano circa vent’anni e il 1° agosto del 1863 il “sessuagenario” detenuto Giuseppe Villella di Motta Santa Lucia compariva davanti alla Corte d’Appello di Catanzaro che formalizza l’atto di accusa per furto continuato (pag. 59). Il 31 ottobre 1864 viene ricoverato presso l’ospedale di Pavia, il 15 novembre dello stesso anno moriva. Il cognato Bruno Notarianni, di anni 52, ne seguiva la stessa sorte e moriva il 4 gennaio 1865 nello stesso ospedale di Pavia (pag.54). Ora alcune riflessioni sorgono spontanee. Giuseppe Villella viene condannato all’età di 35 anni per complicità in un furto (un capretto e qualche forma di formaggio). Viene condannato a sei anni da scontare nelle terribili carceri Borboniche, ma la sua pena viene dimezzata e dopo tre anni esce per buona condotta, giusto in tempo per mettere al mondo la figlia Francesca. Da allora conduce una vita tranquilla ed irreprensibile. Oggi si direbbe ha dei piccoli precedenti per concorso in furto. Qualsiasi avvocato direbbe poca cosa. Improvvisamente alla veneranda età di sessant’anni qualcosa cambia nella sua vita e dopo il 1860 torna a delinquere. Invece di godersi la vecchiaia e la vicinanza dei tanti nipotini decide di darsi alla macchia, ed in questa scelta viene coinvolto tutto il suo nucleo familiare, prova ne sia che anche il cognato viene trascinato nello stesso destino. Dal momento che è poco verosimile che la causa di tutti questi eventi sia la famosa fossetta occipitale mediana scoperta da Lombroso è più probabile che altre siano le cause del ritorno al delitto di Villella. Inoltre considerando che circa vent’anni sono intercorsi tra i due episodi criminosi è verosimile che il primo episodio, assolutamente sopito nella memoria del povero Villella, niente abbia a che vedere c
on la ripresa del suo comportamento violento. Cosa sia successo, dal 1860 in poi, che possa giustificare la ripresa del comportamento violento di Villella è per la Dottoressa Milicia assolutamente difficile da capire. Ma noi che non siamo storici od etnologici di professione possiamo azzardare qualche ipotesi. Io penso che il povero Villella, dopo avere trascorso una tranquilla vita da “pecoraro”, abbia sentito il violento impulso (non dettato dalla fossetta occipitale) di reagire ad un’aggressione esterna, ed abbia lottato, insieme al suo gruppo familiare e forse a tutto il suo Paese, per liberarsi. Altri chiameranno questo comportamento come Brigantaggio. Inoltre un’altra riflessione mi viene spontanea. Nel 1848 Giuseppe Villella viene condannato a sei anni di carcere e ne esce dopo solo tre anni, senza particolari danni, e giusto in tempo per concepire la figlia Francesca. Nel 1863 viene condannato a chissà quanti anni di galera e dopo circa un anno è già morto, a migliaia di chilometri di distanza da casa sua, ed insieme a Lui anche il cognato. In questo la dottoressa Milicia dimostra inconfutabilmente che la nostalgia dei meridionali per le carceri Borboniche “negazione di Dio” era assolutamente giustificabile. E poi che regime carcerario doveva esserci in quel periodo se due persone, in apparente buona salute, muoiono dopo circa una anno di detenzione, quasi allo stesso momento? Se non sono lager questi quali lo sono! Ma forse si esagera ed ha ragione il Prof. Barbero. Forse per capire bene l’entità del problema bisogna leggere il libro di Primo Levi “Se questo è un uomo” dove in una nota a pagina 167 si legge: ” accanto ad evidenti somiglianze fra i lager sovietici ed i lager nazisti mi pare di dover osservare sostanziali differenze. La principale differenza consiste nella finalità … i campi sovietici non erano e non sono certo luoghi in cui il soggiorno sia gradevole ma in essi, neppure negli anni più oscuri dello stalinismo, la morte dei prigionieri veniva espressamente ricercata: era un incidente assai frequente, e tollerato con brutale indifferenza, ma sostanzialmente non voluto; insomma un sottoprodotto dovuto alla fame, al freddo, alle infezioni, alla fatica … come conseguenza generale, le quote di mortalità sono assai diverse per i due sistemi. In Unione Sovietica pare che nei periodi più duri la mortalità si aggirasse sul 30 per cento, riferito a tutti gli ingressi, e questo è certamente un dato intollerabilmente alto; ma nei lager tedeschi la mortalità era del 90-98 per cento”. Quindi le carceri piemontesi erano più simili ai gulag staliniani che non ai lager nazisti.

Continuando nella lettura del libro si evidenzia che la Milicia spende ben quattro capitoli del suo libro per convincerci che il concetto di razza  e di arresto dello  sviluppo, per spiegare la delinquenza, la follia o la presenza di razze primitive, fermatesi ad un livello di civiltà inferiore rispetto alla razza occidentale bianca, erano allora diffusi negli ambienti accademici un po’ di tutta Europa, e che il pensiero positivista era allora dominante. Ma anche i concetti antisemiti hanno attraversato per secoli i discorsi e i concetti di molte nazioni europee, ma non per questo viene attenuata la colpa della Germania nazista, o debba essere meno vigorosa l’avversione degli Ebrei verso il nazismo. Inoltre la Dott. Milicia, nel tentativo di giustificare le teorie lombrosiane evidenzia che anche molti meridionali aderirono alla sua scienza. Ma ritornando al libro di Primo Levi innanzi citato questi ci riferisce che tra i più crudeli aguzzini degli internati vi erano i Kapò, cioè ebrei stessi che pur di aver un qualche vantaggio non disdegnavano di vessare i propri simili. Tra i meridionali che più entusiasticamente seguirono le teorie del Lombroso vi è il siciliano Alfredo Niceforo che scrisse un libro intitolato “la delinquenza in Sardegna” dove parla della propensione degli isolani al delitto. Cosi mentre gli Inglesi facevano esperienze etnoantropologiche tra le popolazioni “selvagge” dell’africa o dell’India, i nuovi italiani spendevano le proprie esperienze coloniali sul campo, tra i selvaggi della Sardegna (il Niceforo), e della Calabria (il Lombroso). E non basta ad attenuare tale considerazione la descrizione romantica che fa la Milicia dell’attività del Lombroso nei suoi tre mesi in Calabria: ” Lombroso trascorse solo tre mesi in Calabria, nell’estate del 1862, in qualità di medico dell’esercito italiano … non ebbe nessun incontro ravvicinato con i “Briganti” … faceva il suo mestiere il medico. Si occupava della salute dei soldati, e come tutti i medici a seguito dell’esercito, prestava cure alla popolazione locale.” pag. 117. Sembra la descrizione dell’attività di aiuto alle popolazioni locali svolta dagli eserciti occidentali di stanza in Afganistan o in Irak, e come dice Pino Aprile in Terroni i piemontesi fecero esperienza di colonialismo nel meridione d’Italia, prima di lanciarsi nelle imprese coloniali degli inizi del 1900. E come non ricordare il grande e mai abbastanza compianto Nicola Zitara, orgoglioso Calabrese, anche se nativo Campano, che nella sua gioventù, negli anni settanta del novecento, spese molte delle sue energie in contatti con gli indipendentisti Sardi, e come non ricordare la Regina Maria Sofia che orgogliosa del suo Costume da popolana Calabrese incitava i soldati dagli spalti della fortezza di Gaeta, citazione di Gigi di Fiore nel suo libro”Gli ultimi giorni di Gaeta”.
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