I Principi Reali in visita a Nola e a Bacoli

Domenica 26 giugno 2016, il Principe Carlo di Borbone, Duca di Castro e Capo della Real Casa di Borbone Due Sicilie, sarà in Campania per due giornate tra tradizioni, eccellenze, Siti reali e borse di studio per i giovani del Sud.

Famiglia Reale

Due giorni carichi di significato per il Principe Carlo di Borbone e la Principessa Camilla, Duchessa di Castro, salutati con un affetto sempre crescente nelle terre dell’ex Regno delle Due Sicilie. Saranno presenti anche le Principessine Maria Carolina e Maria Chiara di Borbone.

A Maria Carolina, come recentemente stabilito dal Capo della Casa Reale, sarà affidato il futuro della Casa Reale e si tratterà della prima uscita “in pubblico” della Duchessa di Calabria.

Domenica 26 giugno, alle ore 11.00, la Famiglia Reale sarà presente a Nola in occasione della famosa Festa dei Gigli (Patrimonio Unesco dal 2013) su invito del Sindaco di Nola, avv. Geremia Biancardi ed alla presenza del Vescovo di Nola, S.E. Mons. Beniamino Depalma.

La partecipazione alla affollatissima festa della città di San Paolino, avviene nel segno della tradizione cristiana che univa i regnanti della Dinastia dei Borbone Napoli ai Popoli delle Due Sicilie.

Con la nascita del Regno autonomo di Napoli, proprio Carlo di Borbone, nel 1735, fu ospitato nella a Nola durante il viaggio che lo avrebbe portato alla incoronazione a Palermo.

Domenica 26 giugno, in serata (ore 19.30), Carlo e Camilla di Borbone si recheranno in visita presso la splendida Casina Vanvitelliana sul Lago Fusaro a Napoli, antico e prestigioso sito borbonico che ospitò imperatori e musicisti di fama internazionale (da Mozart a Rossini).

Le autorità locali faranno simbolicamente dono alle Loro Altezze Reali delle chiavi dell’antica “Casina”, in occasione del loro “ritorno” nella cittadina flegrea, durante una visita guidata teatralizzata a lume di candela e accompagnati da alcuni musicisti dell’orchestra del Teatro San Carlo.

Lunedì 27 giugno, ore 11.00, visita privata delle loro Altezze Reali presso il Museo del Tesoro di San Gennaro in via Duomo e nel centro antico di Napoli.

In occasione della celebrazione dei 300 anni della nascita di Carlo di Borbone (1716-2016), il Duca di Castro ha concesso alcune Borse di Studio per i giovani delle scuole superiori e delle università del Sud, per ricerche sulla storia delle Due Sicilie, in un momento importante di riscoperta e di diffusione di tante verità storiche per troppo tempo cancellate dalla storiografia ufficiale. (informazioni presso l’Associazione Italiana Cavalieri Costantiniani e sul sito www.realcasadiborbone.it).

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Gaeta: sulle rotte di Lepanto

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Evento Neoborbonico a Pianura

Pianura

Sabato 18 giugno, alle ore 18.00, a Napoli-Pianura, Casa della Cultura e dei Giovani, sita in Via Grottole, Via De Grassi, Mostra sui 300 anni di Carlo di Borbone e dibattito sul tema: “Il Sud dai primati alle questioni” con Gennaro De Crescenzo e a cura di Ferdinando Palmers.

La mostra è patrocinata dalla Real Casa di Borbone delle Due Sicilie e dall’ Associazione Cavalieri Costantiniani.

L’ingresso è gratuito.

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Pino Aprile a Biccari

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ALLI TRIDECE DE GIUGNO – Convegno e serata COMPRASUD

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La riconquista del Regno (13 giugno 1799) da parte dei volontari dell’Armata Cristiana e Reale del Cardinale Fabrizio Ruffo sarà ricordata a Pozzuoli (Napoli) il 13 giugno prossimo per iniziativa della Fondazione Il Giglio e del Movimento Neoborbonico.

“Alli tridece de giugno”, è il titolo della serata, che richiama una strofa del Canto dei Sanfedisti, (“Alli tridece de giugno, Sant’Antonio gloriuso…….”.

L’appuntamento è al C.I.M. (Centro Ippico Montenuovo) ad Arco Felice-Pozzuoli alle ore 18.00.

Il prof. Gennaro De Crescenzo, presidente del MOVIMENTO NEOBORBONICO, parlerà su “L’altro 1799”, commentando immagini della sanguinaria repubblica giacobina e dell’epopea della Riconquista del Regno.

Marina Carrese, presidente della Fondazione Il Giglio, farà il punto sul Progetto CompraSud, che coinvolge un numero crescente di imprese in un patto con i consumatori per l’economia meridionale. Stand delle imprese aderenti al Progetto CompraSud saranno presenti al C.I.M.

Poi, spazio alla fisarmonica di Mimmo Matania, ad Angelantonio Aversana con i SoulPalco per “1799, io non ho perso la memoria”, dialogo tra un Napoletano “di ritorno” ed il Principe di Canosa.

La serata si concluderà con una cena-buffet con i prodotti delle imprese del Progetto CompraSud (LN100/16)

Per prenotare “Alli tridece de giugno….” cliccare sulla seguente stringa:

http://www.editorialeilgiglio.it/acquista-online/ 

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Intervista a S.A.R. Carlo di Borbone

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Pubblichiamo un’intervista esclusiva che Salvatore Lanza ha fatto al Simbolo vivente della nostra Identità, S.A.R. il Principe Carlo di Borbone, Duca di Castro, strenuo difensore della nostra dignità e rigoroso Rappresentante della parte sana, consapevole e vera del nostro Popolo.

Leggiamo con attenzione le sue parole: in esse c’è la speranza, ma anche la certezza in un futuro migliore.

 

Dal passato al futuro: da Re Carlo a Carlo Duca di Castro

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– In questi giorni due eventi importanti per la Real Casa di Borbone Due Sicilie: il Giubileo della Misericordia in Vaticano e l’Atto di Roma: ci può sintetizzare com’è andata?

Prima l’importante convegno sul dialogo inter-religioso promosso dall’Ordine, poi il Giubileo della Misericordia voluto dal Santo Padre con il passaggio attraverso la Porta Santa, la Messa sulla Cattedra di Pietro e la Cresima per le Principessine e, dalla stessa Cattedra, una mia dichiarazione che ha fatto molto clamore ma che, con emozione e di fronte a migliaia di persone, sono stato felice di fare: toccherà alle mie figlie ed in particolare a Maria Carolina l’avvenire della nostra Casata e del nostro Ordine. L’Atto di Roma non è altro che la volontà della nostra Casa Reale di adeguarsi ai tempi e ai diritti giustamente riconosciuti alle donne in tutto il mondo e in quasi tutte le Case Reali.

– Come immagina il futuro della Real Casa di Borbone Due Sicilie con Maria Carolina “regina di Napoli” (come ha titolato di recente Le Figaro)?

Senza dimenticare gli impegni e le responsabilità di un presente che mi vede impegnato tutti i giorni negli oneri e negli onori di rappresentare una Casata e un Ordine così importanti, il futuro della Real Casa sarà affidato alle mie figlie perché credo che, con i giusti insegnamenti, il giusto attaccamento ai valori cristiani, il giusto amore per le antiche terre e per gli antichi Popoli del nostro antico Regno, possano diventare, con il loro entusiasmo, dei punti di riferimento importanti nella attività sociali e culturali che da sempre caratterizzano la nostra Famiglia. La Duchessa di Castro, impegnata nel suo complesso lavoro quotidiano, in questo senso è già un esempio importante con i suoi impegni costanti nella beneficenza come nella formazione in Italia o, come di recente, negli Stati Uniti o in Africa.

– Una Real Casa a “trazione femminile” a partire da Sua moglie la principessa Camilla alle piccole Maria Carolina e Maria Chiara nel segno delle grandi donne borboniche del passato, allora?

Quella delle donne nella dinastia borbonica e anche nella storia non solo borbonica di Napoli è una storia importante: penso, solo per fare due esempi, all’ultima regina delle Due Sicilie, la giovane, bella ed eroica Maria Sofia, la famosa “eroina di Gaeta” o anche a quella Maria Carolina che seppe tener testa, come ha scritto Le Figaro qualche giorno fa, “ai rivoluzionari francesi e a Napoleone”. Maria Carolina è anche il nome di mia figlia…

– Esistono altri Borbone nel mondo? E di questi giorni una piccola polemica con un ramo “spagnolo”…

La nostra è una famiglia “larga” e con tanti “rami” (dalla Francia alla Spagna fino a Parma). Io sono il Capo del ramo Due Sicilie della Real Casa e il Gran Maestro del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio e di tutti gli ordini dinastici. Non possono esistere in questo senso polemiche: le polemiche non coerenti con le antiche tradizioni della Famiglia (da secoli i Borbone veri non amano le polemiche). Non esistono altri “pretendenti” sia per motivi legati al diritto (com’è stato ampiamente dimostrato da studiosi di fama internazionale) che per motivazioni “di esercizio” e “di fatto”, per i legami che fin da mio padre (da oltre 30 anni) abbiamo e conserviamo con il territorio e con la sua gente a differenza di altri che, pur rispettabili, hanno scoperto quei legami magari da qualche mese o magari non li hanno addirittura mai scoperti.

– Nel 2016 si stanno celebrando i 300 anni dalla nascita di Carlo di Borbone, uno dei re universalmente riconosciuti come tra i più grandi della storia, tra il Maggio dei Monumenti dedicatogli dal Comune alla mostra da Lei patrocinata e curata dal Movimento Neoborbonico e che sta girando l’Italia da tempo e con successo: che significato ha oggi, per Lei che ne porta anche il nome, un re così importante?

Carlo di Borbone è stato uno dei re più apprezzati della storia napoletana, italiana ed europea. A lui dobbiamo tanti primati positivi economici e anche artistici e culturali. Che cosa sarebbe oggi la Campania senza la Reggia di Caserta o di Portici o di Capodimonte? Che cosa sarebbero i Napoletani senza la scuola musicale napoletana o senza le tradizioni dei presepi o delle porcellane? Questi sono solo alcuni tra i tantissimi esempi della capacità di governo di un re di cui si celebra quest’anno un anniversario importante che ha visto già la realizzazione di una nostra bella mostra che ha coinvolto migliaia di persone e soprattutto di giovani. Doveroso dedicare a lui il Maggio dei Monumenti. So che sono previste altre manifestazioni per l’autunno anche se resta il dubbio che un anniversario così importante per un personaggio così importante lo si sarebbe celebrato con più enfasi e anche con più risultati (anche turistici) in altri paesi del mondo.

– A che cosa può servire oggi la memoria storica e come vede l’opera di recupero che si è realizzata in questi ultimi anni grazie all’azione incessante dei cosiddetti storici neoborbonici?

In questi anni una schiera di ricercatori spesso volontari e spesso definiti neoborbonici ha portato alla luce tante verità sconosciute sulla storia del Regno delle Due Sicilie e dei Borbone e sulla storia dell’unificazione italiana. Dopo di loro tanti giornalisti e anche diversi giovani accademici. La mia famiglia non può che essere felice per questa opera di ricostruzione di verità storica che è importante non solo per i napoletani e per i meridionali e che può dare nuova fiducia e nuovo orgoglio soprattutto ai ragazzi che vivono nel Sud di oggi.

– Che cosa pensa e cosa si augura il principe Carlo di Borbone di fronte ai problemi che Napoli e il Sud vivono più o meno da un secolo e mezzo?

Da oltre 20 anni, fin da quando accompagnavo mio padre Ferdinando e fin dalle prime delle tante manifestazioni di affetto verso di noi vedo cose bellissime e cose meno belle. Napoli e il Sud sono dei luoghi carichi di ricordi, di spunti di riflessione e anche di amarezza per me e per la mia Famiglia. Dal lontano 1994 ad oggi noto un affetto crescente verso di noi e ne sono consapevole e fiero e per me quell’affetto rappresenta un ulteriore motivo per continuare a lavorare anche con gesti simbolici di beneficenza o con borse di studio o ad essere sempre più presenti con la partecipazione ad eventi o appuntamenti tradizionali. Spesso siamo in giro per il mondo ma il mio cuore resta sempre a Napoli e al Sud e il mio pensiero è rivolto a chi soffre, nel mondo come da Napoli a Palermo, è rivolto ai bambini delle periferie come a chi è ai margini della società. I Borbone di oggi non possono risolvere i problemi del Sud ma li conoscono, devono conoscerli sempre di più e impegnarsi per far capire a chi può e a chi deve che questi problemi devono essere finalmente risolti. Sogno e mi auguro un Sud più felice e con meno problemi, sogno e mi auguro una Napoli che torni ad essere, come merita, una capitale mondiale, sogno e mi auguro una nuova e vera attenzione per risolvere quelle famose questioni meridionali nate proprio dopo la fine del Regno delle Due Sicilie.  I Borbone continueranno ad essere un simbolo di quel grande passato che può illuminare il futuro di queste terre.

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Visita guidata alla Reggia di Caserta

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In occasione dell’ Anno Carolino, il Compatriota Luigi Andreozzi si è fatto promotore di una “particolare visita guidata” al Palazzo Reale di Caserta che si terrà il prossimo 19 giugno. Leggendo il programma capirete che è un’occasione più unica che rara.

Il programma della visita è il seguente:

Domenica 19 giugno

Ore 9.30 Partenza con autopullman Piazza della Stazione di Napoli (ex piazza Garibaldi) di fronte alla libreria Feltrinelli.

Visita guidata degli appartamenti reali con percorso esclusivo che comprende il sottotetto dello scalone vanvitelliano e le retrostanze dell’appartamento vecchio precluse al pubblico.

Ore 12.30 Pausa pranzo o snack al ristorante della reggia (a scelta).

Ore 13,45 Ritrovo all’ingresso del parco per visita dello stesso con bus interno che ci condurrà al bagno di Diana e Atteone.

Ore 14,30 Visita al giardino inglese, comprendente tappa al bagno di Venere, al criptoportico e al tempietto neoclassico.

Ore 15,45 Sosta al bar della fontana di Diana e Atteone.

Ore 16,30 Ritorno al pullman che ci attenderà in uno dei due parcheggi allocati nei pressi della Reggia.

Ore 17,30 Rientro a Napoli Piazza della Stazione (ex Piazza Garibaldi).

Prezzo a persona: 22 € (pulman + biglietto d’ingresso alla Reggia e giardini).

Per prenotazioni

Comm. Luigi Andreozzi cell. 3382512748 – e-mail: luigi.andreozzi2006@libero.it

Cav. Pio Francesco Tartaglia cell. 333 9077766 – e-mail: tartagliapf@gmail.com

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Incontro sulla Beata Maria Cristina

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La sfida di Pino Aprile

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L’uscita di TERRONI con la sua dirompente diffusione causò un vero e proprio sbandamento tra le file dei cattedratici di regime. Dopo alcune prime reazioni scomposte, i baroni della cultura italiota cercarono di imbastire forme di resistenza che rasentarono il ridicolo e l’oltraggio. Tuttavia mentre costoro cavillavano sulle affermazioni storiche contenute sul magnifico libro con l’Italia rovesciata, il nostro Pino Aprile accettando la sfida preparava con cura la seconda bordata.

CARNEFICI è una vera e propria cannonata all’uranio “arricchito” che, oltre a raggiungere gli ultimi scettici, ha scardinato inesorabilmente ciò che resta ancora delle corazze di menzogne di cui è disseminata la nostra Storia. Per “costoro” un vero disastro non annunciato.

Vi lascio al commento di Gennaro De Crescenzo.

Cap. Alessandro Romano

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“CARNEFICI”, “IL” LIBRO DI PINO APRILE,

IL LIBRO DELLE PROVE, DEL PROGETTO E DEL RISCATTO.

E ora? Ora che scriveranno e che diranno? Parliamo del nuovo libro di Pino Aprile (titolo e sottotitolo più che mai chiari: “Carnefici. Fu genocidio: centinaia di migliaia di italiani del Sud uccisi, incarcerati, deportati, torturati, derubati. Ecco le prove”). Parliamo di tutti quelli che (pochi e sempre gli stessi, accademici e non, meridionali e non) da quando è uscito “Terroni” sono impegnati in un’attività quasi quotidiana: l’attacco a Pino Aprile (e, ogni, tanto, ai neoborbonici). Spesso parlo di era pre e post-Terroni. Con “Carnefici” inizia una fase nuova ed è davvero difficile sintetizzare un libro che contiene gran parte delle domande e delle risposte intorno alle quali gira chi cerca la verità storica senza preconcetti e pregiudizi (dai massacri -ancora- negati alla situazione economica del Sud preunitario, dai soldati deportati ai primati culturali delle Due Sicilie). “Quando una cosa non vuoi farla sapere, la terra si apre e parla”: questa frase ci accompagna fin da quella bella serata estiva trascorsa insieme negli Abruzzi a parlare di briganti ed ha accompagnato le tante serate trascorse con Pino ad “ascoltare” la terra e per terra intendiamo le centinaia di testi e di documenti ritrovati, giorno dopo giorno (e anche dopo l’uscita del libro) negli archivi o nelle biblioteche soprattutto straniere in un percorso tormentato ed esaltante per confermare quelle che da anni erano idee, spunti, domande o dubbi. “Ecco le prove”, allora, e toccherà agli altri, agli storici “ufficiali” replicare con una altrettanto adeguata dose di testi o documenti evitando di far finta di leggere il libro o di rifugiarsi nelle consuete, stucchevoli e ormai involontariamente comiche etichette (“è neoborbonico”, “è giornalista”…). Replichino entrando nel merito (se non ora, quando?), se possono. Oppure tacciano. “Non mi tornavano i conti”: inizia così questa documentata e appassionata analisi di una storia finora trascurata o dimenticata dalla storiografia ufficiale (e nel libro anche le prove -altrettanto inoppugnabili- di come è stato occultato tutto questo). Possibile che di quelle centinaia di migliaia di meridionali (“amori, sogni, speranze” e non numeri) scomparsi subito dopo il 1860 nessuno abbia mai parlato in un secolo e mezzo? Possibile che lo dobbiamo fare Pino, io e i tanti amici ricercatori-volontari che Pino cita e ringrazia spesso (con affetto) nel libro e nelle sue conferenze? Possibile che in un secolo e mezzo ricerche e tesi accademiche abbiano trattato i temi più disparati senza mai chiedersi che fine avevano fatto quei “fantasmi”, quelle “tribù scomparse” nel passaggio tra Regno delle Due Sicilie e Regno d’Italia? Pigrizia o colpa? In entrambi i casi nessuno ha (avrebbe) il diritto di rimproverare a Pino Aprile nulla se non per un vago senso di colpa&vergogna che chi fa lo storico deve (dovrebbe) provare di fronte a gravi lacune, strane dimenticanze o reiterate distrazioni relative ai fatti che Aprile racconta. Ovvio che per loro era ed è più facile occuparsi di chilometri di ferrovie o di costituzioni concesse o meno piuttosto che delle (vere e drammatiche) cifre dei deportati meridionali o delle vittime di Pontelandolfo o Auletta. “La storia è un posto dove sono tutti morti: è come muoversi in un cimitero. Noi siamo la somma di tutte quelle vite spente, e dobbiamo sapere come, per capire chi […]. Chi ha paura della storia, teme che da lì possa emergere una colpa: la propria. Se la paura continua quando i colpevoli di quei crimini sono tutti morti, vuol dire che il vantaggio di quella colpa dura ancora. E non lo si vuol perdere. Questo condanna l’Italia a dover soffocare il passato”. E, a proposito di passato, “a che serve ricordarlo”? È la domanda più frequente che rivolgono a Pino o ai neoborbonici. In qualsiasi posto del mondo e in qualsiasi momento storico senza memoria non c’è futuro. Se il Sud vive da 150 anni un dramma e se questo dramma negli ultimi tempi sta rivelando cifre intollerabili come quelle riportate anche in “Carnefici”, premesso che nessuna persona di buon senso (non stiamo pensando, è ovvio, ai leghisti padani o ai terroni subalterni) può pensare che quella meridionale sia una razza inferiore, la spiegazione è tutta nella storia e nelle scelte dei “carnefici” del passato e di oggi (quelli del “prima il Nord” sempre e comunque). La spiegazione è in un sistema di colonizzazione interna con una classe dirigente nazionale complice di una classe dirigente locale interessata, rinnegata e venduta (potete pensare da soli a politici, docenti o giornalisti, spesso “nemici” di Pino Aprile o magari dei neoborbonici). “Così dividete l’Italia” sarà la seconda frase più utilizzata dopo la lettura di questo libro: come se questo Paese non fosse già diviso per diritti, servizi, occasioni o speranze. E se l’unione di questo Paese è fallita con le bugie e con la retorica, nessuno può impedirci di provarci con la verità, nel reciproco rispetto e con la pretesa di “par condicio” e pari dignità tra un giovane di Bergamo e uno di Reggio Calabria. A meno che non siamo complici di questo sistema e abbiamo paura di perdere incarichi, appalti, cattedre o scrivanie da direttori di giornale (le stesse che avrebbero offerto ogni giorno ad Aprile se avesse scelto i vivalitalia e non le trincee in giro ogni giorno a raccontare le sue storie). Lo stile? Quello consueto di Pino, sospeso tra dati, passione, poesia e ironia, lo stesso che lo ha portato al meritato successo di “Terroni” e degli altri best-seller “meridionalisti” e non (peggio per gli invidiosi più o meno palesi). “La memoria ha bisogno di segnacoli e ricorrenze, per questo ci sono le croci e le lapidi nei cimiteri e il 2 novembre nel calendario. Il genocidio dei meridionali, l’aggressione che subirono e la loro dequalificazione umana (minorizzati nei diritti e nella dignità dallo Stato che si finge unitario) devono diventare insegnamento scolastico, monumenti alle vittime, nomi delle strade e delle piazze, un giorno nel calendario, per migliorare la qualità dell’incontro fra cittadini di uno stesso Paese.” Il progetto? E’ nel percorso che Pino Aprile ci indica chiaramente: “sentire, sapere, fare, far fare. La fase del sentimento, che spinge a volersi informare, è ormai superata ma non alle spalle, perché sull’onda di quello, sempre più persone si accostano, incuriosite, alla riscoperta di un passato in cui gli italiani del Sud non erano meridionali di nessuno”. Continuare a studiare, allora, continuare a ricercare e a diffondere consapevolezza e orgoglio e metterci in fila lungo la strada che porterà alla costruzione di un monumento alla memoria ritrovata, un fiore e un mattone tra le mani, dal Nord come dal Sud magari a Gaeta… Ecco perché “Carnefici” non è “un” libro di Pino Aprile ma “il” libro di Pino Aprile. Ecco perché è un libro importante e serve. Serve a chi ama (ancora) la nostra terra e la nostra gente ed è convinto che per questa terra e per questa gente è più vicino il momento del riscatto. Ecco perché ne ho conservato per le mie bambine (3 e 8 anni) una copia e chiederò a Pino di dedicarlo non a me ma ad Annachiara e a Vittoria.

Gennaro De Crescenzo

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Il Lanificio Borbonico che ritorna

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La nostra storia è fatta di tanti c’era una volta. Luoghi abbandonati, o devastati dall’incuria, spesso riescono a riportare alla memoria vicende e uomini del passato. Come il Lanificio in piazza De Nicola a Napoli, di fianco la chiesa di Santa Caterina a Formiello. L’unico residuo di grossa industria ancora visibile nel cuore cittadino.

Quello che c’era all’interno dell’ex chiostro della chiesa trasformato in fabbrica è immaginabile dai resti delle due alte ciminiere, dai lunghi corridoi dove venivano realizzate le varie fasi della produzione di lana e abiti. Ne uscivano in prevalenza divise dell’esercito del regno delle Due Sicilie. Un’attività che fu esempio di politica economica che qualcuno oggi riscopre, preoccupato dei danni e dei limiti del mercato globale: si trattava di un’industria protetta e agevolata dallo Stato con leggi, in grado di occupare 700 operai e produrre ottomila pezzi di panni.

Ne parlava già nel 1877 don Giuseppe Buttà nel suo “I Borboni di Napoli al cospetto di due secoli”. Che, a proposito di re Francesco I che fu sul trono dal 1825 al 1830, scriveva: “La grande e utilissima opera che incoraggiò e protesse fu la fabbrica dei panni del Regno, impiantata dal cavaliere Raffaele Sava nell’abolito convento di Santa Caterina a Formello presso porta Capuana”.

Una famiglia di imprenditori che veniva da Amalfi erano i Sava, che fecero concorrenza alle industrie francesi utilizzando prestiti bancari e in parte manodopera di detenuti (anche oggi il lavoro di chi è in galera viene considerato strumento di reinserimento sociale). Al momento dell’unità d’Italia, il Lanificio occupava 600 operai, aveva due macchine a vapore per la produzione e fatturava qualcosa come un milione e 600mila lire.

Una realtà industriale nel centro di Napoli, che produceva le divise dell’esercito. Dopo il fondatore Raffaele, arrivarono i figli Salvatore e Francesco. Abitavano nell’area della fabbrica e gli appartamenti, in disfacimento, sono ancora visibili e acquistati dalla Regione che dovrà deciderne cosa farne. La fine dell’azienda, come tante attività industriali fiorite nell’ex regno borbonico attraverso una politica economica protezionista, arrivò con l’unità d’Italia.

E non perché i Sava non avessero giurato per il regno d’Italia. Anzi. Ma perché, dopo le commesse ricevute da due governi dittatoriali, dai governi successivi non arrivò il riconoscimento dei contratti firmati con lo Stato delle Due Sicilie. In più, non fu concesso di utilizzare ancora i detenuti tra gli operai. Fu la fine, con debiti bancari in crescita e la chiusura della produzione dal 1869. Dopo 44 anni di attività, il Lanificio chiuse nonostante le cause dei Sava allo Stato e al Demanio. E scrisse Buttà otto anni dopo: “Forniva castori di ottima qualità a tutto l’esercito napoletano con un’economia che oggi sembra favolosa. Ebbene, quella fabbrica, che potea dirsi orgoglio nazionale, subì le sorti di tutte le utili industrie del Regno. Essa cadde”.

Lasciamo stare il cappellano Buttà, che aveva militato nell’esercito borbonico. Resta, quel Lanificio con l’insegna d’epoca all’ingresso ancora visibile, un esempio di archeologia industriale. Dopo la chiusura, fu occupato da più attività artigianali che non ne ebbero rispetto. Il chiostro antico manca addirittura di una colonna, sventrata per far spazio alle auto. Una devastazione che una fondazione, “Made in cloister”, costituita da due imprenditori e un architetto, tutti napoletani, vuole riparare recuperando il Lanificio.

Oggi l’apertura al pubblico delle prime parti restaurate, tra cui il chiostro, con una mostra dell’artista-musicista Laurie Anderson. Poi l’idea da portare avanti di una cittadella delle arti e dell’artigianato. La creatività ritorna in uno dei luoghi-esempio di produttività dello Stato delle Due Sicilie. Un pezzo di memoria cittadina che ritorna.

Gigi Di Fiore

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