SS Messa in suffragio di Francesco II di Borbone

Ad Arco di Trento

Sotto il Patrocinio della Real Casa di Borbone delle Due Sicilie e della stessa Città ove il nostro augusto Sovrano esalò l’ultimo respiro a Dio, su iniziativa del nostro Delegato per il Trentino Dott. Marco Ascione, sabato 16 c.m., alle ore 18.00, sarà celebrata la divina Eucarestia presieduta dal Rev. Parroco della storica Collegiata di S.M. Assunta Don Francesco Scarin, alla presenza del Sindaco Ing. Alessandro Betta e delle autorità comunali, della rappresentanza della Compagnia Schützen, con il Com. Ivan Benuzzi. Tutti in presenza secondo le norme Covid vigenti.
Sarà depositata dal Sindaco una corona di alloro per onorare il Servo di Dio Francesco II di Borbone.
Continuiamo ad accompagnare questo delicato momento dell’iter canonico avviato pregando per le Autorità ecclesiastiche competenti, e per tutti.

Messa ad Arco#001

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Crudeltà Borboniche

CONSIDERAZIONI SULLE (PRESUNTE)  CRUDELTÀ BORBONICHE E QUALCHE DUBBIO (DOCUMENTATO) SU ALCUNI “EROI PADRI DELLA PATRIA”.

Ogni tanto qualche libro e qualche articolo tirano fuori qualche grande “scoop” sui Borbone “cattivissimi” o (addirittura) su Gladstone che li definì “negazione di Dio” (scoop nello scoop di una definizione che è tra le più presenti nella storia dei libri di storia) e sulle grandi virtù dei famosi “padri della patria” (idem come sopra).

Riepiloghiamo, anche se con un pizzico di noia e il solito pizzico di napoletana ironia:

1) “SE IN QUALCHE FATTO C’È ESAGERAZIONE AD ESEMPIO NELLE TORTURE L’ESAGERAZIONE È NOSTRA. A ME E AI MIEI AMICI NON È STATO MAI TORTO UN CAPELLO NELLE CARCERI… LA CUFFIA E ALTRO SONO INVENZIONI” (LUIGI SETTEMBRINI lettera all’amico Luigi Zini del 28 luglio 1876 e cfr. anche Giovanni Attinà, “Le carceri  borboniche negazione di Dio?”).

2) “Negli ergastoli napoletani i patrioti stavano relativamente meglio che negli ergastoli piemontesi” (ANTONIO GRAMSCI, “Risorgimento”, Einaudi, Torino, 1950, p. 171).

3) “Il trascinamento a coda di cavallo, le tenaglie infuocate, le ruote sul petto, lo scannamento dei prigionieri, la rottura di ossa, colpi di tenaglia infuocati, le decapitazioni con le teste recise accanto alle braccia e nelle gabbie” [i sabaudi lo fecero anche nel Sud, dopo il 1860, contro i “briganti”]… “Per trattare così i carcerati, meglio sarebbe fugilarli tutti che fargli morire a così lenta maniera, condizioni di brutalità assoluta”, tra “febbri, malattie, sudiciume e marciume”; diffusa la pratica di “cinghiate e bretelle, insetti che rodevano le carni, celle come loculi, catene con 18 maglie di ferro dai piedi al fianco e bastonature ignominiose” che spesso portavano alla morte o alla paralisi, “tavole di legno senza pagliericci e sudicie, umide e catene anche di notte” erano norma e prassi almeno fino al Codice Zanardelli del 1889, 18% la mortalità nelle carceri…

Non sono notizie relative alle famose carceri borboniche, ma alle meno famose carceri sabaude dagli inizi dell’Ottocento (v. “Informazioni Statistiche raccolte dalla Regia Commissione Superiore per gli Stati di S. M. in Terraferma. Statistica Medica”, vol. II, Stamperia Reale, Torino, 1847-1852 e v.  J. Bossuto e L. Costanzo, “Le catene dei Savoia”, prefazione di A. Barbero, pp. 93, 153, 171, 196,  213).

Evidentemente in quegli anni le prigioni non erano alberghi a 5 stelle da nessuna parte e in quelle napoletane le condizioni non erano affatto peggiori di quelle di altri luoghi italiani e esteri. E qualcuno dovrebbe ricordare anche morti, deportati e incarcerati, a decine di migliaia, in tutto l’ex Regno delle Due Sicilie durante la cosiddetta “guerra del brigantaggio”.

4) POERIO? Significative e divertenti le antiche sintesi di Petruccelli della Gattina che, intanto, smentiscono molte tesi al pari di Settembrini e proprio non riusciamo a credere all’ipotesi “scientifica” (?) di una diffusa invidia contro… Poerio.  “Il vero Poerio, ch’era divenuto grand’uomo grazie al ‘QUEL BUFFONE DI GLADSTONE’, credette veramente all’esistenza del falso Poerio, del personaggio fabbricato dai giornali durante dodici ininterrotti anni di articoletti romantici. Il trionfo di quella campagna fu così completo che tanto letterati quanto GLI SCRITTORI CHE NON CONOSCEVANO POERIO, LO PRESERO SUL SERIO e, cosa ancor più stupefacente, lo prese sul serio anche Cavour” (Ernesto Ravvitti, “Delle Recenti avventure d’Italia”, Venezia, 1864 e Harold Acton, “Gli ultimi Borboni di Napoli. 1825-1861”, Giunti, Milano, ed. 1997, p. 4 e cfr. Ferdinando Petruccelli della Gattina, “I moribondi di Palazzo Carignano”, Milano, 1862).

5) GLADSTONE? Senza entrare nel merito delle condizioni (terribili) delle carceri e delle periferie inglesi o dei massacri di centinaia di migliaia di persone durante la colonizzazione inglese dell’India (anche nei giorni nei quali Gladstone trovava il tempo di girare per Napoli), significative e divertenti le recenti sintesi di John Davis, uno degli storici più famosi al mondo e tra i più accreditati anche negli ambienti accademici”. Davis, infatti, ha chiuso per sempre la questione rivelando gli interessi personali di Gladstone tra gli zolfi britannico-siciliani:  l’Inghilterra, quindi, condizionò il giudizio sui Borbone per interessi commerciali legati in particolare alla guerra degli zolfi oltre che politici. Lo stesso Gladstone, per Davis, non era in buona fede in quanto era stato “portavoce nella Camera dei Comuni per i mercanti inglesi di zolfo e, tra l’altro, in precedenza aveva scritto un resoconto più che positivo delle Due Sicilie”… (cfr, J. Davis, “Napoli e Napoleone”, 2014, (nota 24) e “The Gladstone Diaries”, a cura di M. R. D. Foot, Clarendon Press, Oxford, 1968, ottobre-novembre 1838, pp. 484-502).

6) “LA STORIA SI FA CON I DOCUMENTI”: esatto! E noi condividiamo in pieno e in tutti i nostri libri questa tesi.

Prof. Gennaro De Crescenzo

“I falsi del Risorgimento”, presto in tutte le librerie.

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FALSE PRIMOGENITURE STORICO-LETTERARIE

di Antonio Pulcrano

La Rai, per la Sezione Rai Cultura, ha trasmesso, a tarda notte, un interessante programma, scritto e presentato dall’onnipresente Alessandro Barbero, su Dante e la sua vita, definendo, fin dalle molteplici presentazioni, il Sommo Poeta come il “Padre della Letteratura Italiana”.
Ebbene, sappiamo che Alighiero Durante, detto Dante, fu il rampollo prediletto di una ricca e chiacchierata famiglia fiorentina, che, tra litigi, fughe, agguati falliti ed esili, trovò il tempo e la voglia di scrivere uno dei maggiori Capolavori della Letteratura mondiale, ma che certamente non fu il “Padre della Letteratura Italiana”, come pure il “volgare” fiorentino, normalmente accreditato come lingua madre dell’italiano scritto e parlato, in sostituzione del latino, risulta tale per una voluta forzatura storico-letteraria.
Francesco De Sanctis, letterato e critico, “patriota” e parlamentare del neonato Regno d’Italia, nato a Morra Irpina (oggi Morra De Sanctis), inizia la sua monumentale “Storia della Letteratura Italiana”, – data alle stampe in due volumi nel 1870 (la data è importante, in piena “restaurazione” antimeridionale), – con il capitolo “I Siciliani”, facendo così comprendere che gli albori della Lingua italiana siano da ricercarsi alla corte di Federico II di Svevia a Palermo.
Inutile dire che il volgare, già da oltre un paio di secoli prima di Dante iniziò ad affermarsi come lingua parlata tra il popolo, specie nelle zone centro-meridionali della penisola, trovando la sua massima espressione letteraria, infine, presso la Corte di quel grande sovrano illuminato che fu Federico II, “chierico grande”, cioè uomo dottissimo, come lo definì lo stesso Dante, il quale scrisse perfino, nel De vulgari eloquentia, che il dialetto siciliano era già sopra agli altri. “E in Sicilia troviamo appunto un volgare cantato e scritto…che è già un parlare comune a tutt’i rimatori italiani, e che tende più e più a scostarsi dal particolare del dialetto, e divenire il linguaggio delle persone civili”. (Così il De Sanctis!).
A Palermo quindi confluivano tutti i maggiori letterati dell’epoca, da ogni zona del Sud Italia, pugliesi, napolitani, salentini, calabro-siculi…e lì comparve per la prima volta un componimento in rime, una “cantilena” scritta in volgare, di certo Ciullo di Alcamo, datata intorno al 1231, considerato in assoluto il primissimo scritto in volgare della Storia della Letteratura italiana. Si pensi che Federico II è morto nel 1250, addirittura 15 anni prima della nascita di Dante, mentre si ritiene datata intorno al 1250, invece, la prima “canzone” in rime, di certo Folcacchiero da Siena, che espresse per iscritto le nuove tendenze parlate e letterarie provenienti da tutto il centro Italia.
Francesco De Sanctis scrive testualmente: “Quale delle due canzoni sia anteriore” – ma lo è quella di Ciullo di Alcamo – “è cosa puerile disputare, essendo esse non principio, ma parte di tutta un’epoca letteraria, cominciata assai prima, e giunta al suo splendore sotto Federico II da cui prese il nome”.
Ergo, Dante Alighieri non può essere considerato “il Padre” della letteratura italiana, ma soltanto colui che diede al volgare una conferma, una valenza letteraria propria. Occorreranno secoli, con altri scrittori e poeti, primi fra tutti il Manzoni per la prosa e Torquato Tasso per la lirica, per vedere affermare un lessico in continuo divenire, che peraltro si radicherà nel parlato comune degli Italiani soltanto nella seconda metà del secolo scorso, con la scuola di massa e l’avvento della radio e della televisione, preferendo, spesso ancor oggi, dei vernacoli che sono anch’essi vere e proprie Lingue, il più delle volte ancora più espressivi e completi dell’italiano.
Quest’anno ricorrono i 700 anni dalla morte di Dante Alighieri, ricorrenza che, per carità, è giusto e sacrosanto celebrare essendo egli uno dei più grandi scrittori e poeti della storia dell’umanità intera, ma è altrettanto giusto e sacrosanto rivendicare certe primogeniture meridionali, visto come a molte altre c’hanno fatto abiurare, relegandole nell’oblio dei secoli.

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Calendari delle Due Sicilie 2021

IL GIGLIO#002

CALENDRIO DUE SICILIE 2021#001

IL CALENDARIO DEL REGNO ELLE DUE SICILIE 2021
È dedicato alle Industrie del Regno il Calendario del Regno delle Due Sicilie 2021. I testi, come sempre, sono del prof. Gennaro De Crescenzo.

L’edizione 2021 del Calendario ricostruisce il processo di industrializzazione che era in corso nel Regno, grazie all’opera lungimirante di Ferdinando II di Borbone, che diede nuovo impulso ad un modello produttivo già presente sin dal ‘700.

A differenza di quanto sistematicamente sostenuto dalla storiografia ufficiale, il quadro delle industrie e dei relativi occupati nelle Due Sicilie era variegato e basterebbe semplicemente consultare i documenti conservati in gran parte presso l’Archivio di Stato di Napoli, nel fondo “Ministero Agricoltura Industria e Commercio”, per rendersene conto.

All’atto dell’unificazione italiana, le percentuali degli occupati nelle industrie erano: Nord-Ovest, 30.05%; Nord-Est, 14.78%; Centro, 14.12%; Sud, 41.04%.

Il Regno delle Due Sicilie, quindi, era la parte della penisola maggiormente industrializzata.

Ancora nel 1871, come mostrano altri dati documentali, il tasso di industrializzazione del Piemonte era del l’1.13%, quello della Lombardia 1.37%, quello della Liguria 1.48%.

Ed erano già trascorsi dieci anni dall’inizio dello smantellamento dell’apparato industriale dell’ex Regno delle Due Sicilie, con il ridimensionamento di importanti stabilimenti come le officine metallurgiche di Pietrarsa e Mongiana, ma l’indice di industrializzazione della Campania rimaneva ancora all’1.01% (con Napoli, nel dato provinciale, all’1.44%, più di Torino, che era all’1.41%), quello della Sicilia allo 0.98% (ai livelli del Veneto, 0.99%).

Segno di un apparato industriale solido e con produzioni di qualità, che avevano retto l’impatto dei nuovi dazi e delle nuove tasse, della mancanza di commesse statali, della volontà politica di considerare il Sud come una colonia da mungere.

Solo nell’ultimo ventennio del secolo XIX, con la nascita del “triandolo industriale di Torino-Milano-Genova”, fondi pubblici e leggi di favore riusciranno a spezzare la resistenza dell’industria del Sud.

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Una Messa per il Re Santo Francesco II

MERCOLEDÌ 13 GENNAIO, ALLE ORE 18.00, NELLA CHIESA PARROCCHIALE DI SAN BARNABA, IN GRATOSOGLIO A MILANO, UNA SANTA MESSA IN MEMORIA DEL SERVO DI DIO S.M. FRANCESCO II DELLE DUE SICILIE.

Milano Messa a Francesco II#001

Milano è il capoluogo della cosiddetta Terza Sicilia, che si stima ospiti oggi approssimativamente 20 milioni di abitanti con più o meno forti radici e legami familiari nel Sud Italia; però ancora pochissimi di loro sono consapevoli ed orgogliosi del retaggio storico del Regno delle Due Sicilie che portano con sé, anzi spesso se ne vergognano fino a ripudiarlo.
La dispersione di quel prezioso patrimonio civile e culturale legato ad un’istituzione politica che ha segnato la grande storia europea in oltre sette secoli di vita cominciò infatti nel 1860, con l’arrivo di un falso liberatore.
Ciò che accadde da quella celebre “impresa” fino ad oggi è nel segno della distruzione, dello smantellamento e, inevitabilmente, anche dell’impoverimento economico e civile degli abitanti di quel territorio.
Le catastrofi che sono avvenute nella storia umana hanno sempre delle cause scatenanti, che gli storici tentano di ricostruire con paziente ricerca e analisi delle informazioni recuperate. Talvolta però questo sforzo è impedito o ostacolato da una condizione che gli antichi latini chiamavano “damnatio memoriae”.
Purtroppo il caso dell’ex Regno dell’Italia meridionale ricade proprio in questa casistica: i “vincitori” di quella guerra decisero infatti di non concedere ai “vinti” nemmeno l’onore delle armi, e i successori di quei vincitori continuano ostinatamente lungo quello scellerato tracciato, nel timore che il Tribunale della Storia possa ribaltare in qualche modo il risultato di quella guerra, il cui successo fu dovuto principalmente ai tanti tradimenti, ad un’astuzia ben poco lungimirante, a soprusi di vario tipo e al generale sovvertimento morale e civile.
Per questa ragione, una figura luminosa ed eroica come quella di S.M. Francesco II di Borbone, figlio di un padre “ingombrante” (Ferdinando II fu infatti il più importante personaggio politico italiano di metà Ottocento) e di una madre santa (la beata Maria Cristina di Savoia, erede del ramo autentico della dinastia sabauda) è stata a lungo insultata e ridicolizzata (usando a sproposito l’affettuoso nomignolo napoletano Franceschiello), infamata e dimenticata.
Ma per grazia di Dio, le bugie mostrano prima o poi le loro gambe corte e gli uomini di buona volontà possono ragionevolmente sperare che la Verità infine trionferà assieme alla Carità, in una pacifica e definitiva rivincita sul Male.
L’iter di beatificazione inaugurato ufficialmente il 10 dicembre scorso dal card. Crescenzio Sepe, arcivescovo emerito di Napoli, ha fatto gioire i devoti dell’ultimo Sovrano napoletano e siciliano e da più parti, sia nelle regioni meridionali sia in quelle centrosettentrionali e all’estero, si moltiplicano gli eventi liturgici e civili legati alla sua venerabile memoria.
Si annuncia quindi che, su promozione della della Fondazione Francesco II delle Due Sicilie, si celebrerà mercoledì 13 gennaio alle h 18,00 nella chiesa parrocchiale di San Barnaba in Gratosoglio a Milano, una Santa Messa in memoria del Servo di Dio S.M. Francesco II delle Due Sicilie.
Il servizio liturgico sarà a cura della Real Cappella Napolitana.
La Patria Napolitana sarà presente.

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RAI Storia e i Neoborbonici

LA RAI PARLA ANCORA DEI NEOBORBONICI (SENZA I NEOBORBONICI): L’ENNESIMA, GRATIFICANTE E DIVERTENTE ATTESTAZIONE DI UN SUCCESSO CRESCENTE…

Diverse persone ci hanno segnalato un’intervista di Michela Ponzani a Federico Palmieri (Rai Storia, Storie contemporanee, 1/1/21).
L’intervistato, “dottorando” in storia all’Università di Bari, in questi anni ha avuto, con altri colleghi, “in affidamento il cantiere” (sono le sue parole) relativo alla ricerca sugli spazi social e web dei “Neoborb” e già qui si apre una parentesi involontariamente comica per chi ha inventato questa definizione che non è in lingua italiana, non è in lingua inglese e neanche in lingua… napoletana. Evidentemente è solo la trovata “geniale” di qualcuno che, pur di non citare i “neoborbonici”, ha preferito inventarsi un nuovo termine (da ora in poi magari chiameremo “Accad” gli accademici che non accettano dibattiti). L’intervistato, allora, sintetizza le sue ricerche evidenziando, con la presentatrice, il grande successo dei neoborbonici, la “loro pervasività nel discorso pubblico”, la loro capacità di comunicare e il loro grande seguito fino a “spopolare con la loro narrazione e a diventare senso comune” e di questo non possiamo che ringraziare la Ponzani per avere preso atto di quello che è realmente successo evidenziando, nel contempo, il grande, enorme ritardo accumulato dagli “Accad” nell’accorgersi di un fenomeno solo quando ormai è diventato addirittura “senso comune” pure in presenza di un monopolio totalitario accademico durato oltre un secolo e mezzo e pure in presenza dei nostri poveri e pochi mezzi a disposizione…
Tutto, allora, sarebbe nato nel 2017 nel “mondo accademico” in opposizione al “giorno della memoria” per ricordare le vittime meridionali dell’unità d’Italia: poco importante, per il “mondo accademico” che quel giorno sia stato approvato di fatto all’unanimità da diversi enti pubblici (e la linea somiglia molto alla tesi secondo la quale “la democrazia vale solo se decidi quello che voglio io”). Si tratterebbe, per il dottorando, allora, di “un immaginario borbonico tardo-ottocentesco”: peccato, però, che nell’intervista non si spieghi come sia stato possibile fare un salto di circa un secolo per far rinascere quell’immaginario (opera evidentemente legata alla nascita del Movimento Neoborbonico nel 1993 e allo straordinario successo, in seguito, di Terroni di Pino Aprile, mai citato nel corso del programma).
Le tesi? Per l’intervistato, in sintesi, quelle del saccheggio, del complotto straniero, dei “presunti massacri”. Peccato per lui che ormai le stesse tesi siano state documentate e anche attestate da diversi accademici e, tra gli altri, Tanzi, Daniele, Malanima, Ciccarelli, Fenoaltea, Collet, De Matteo, Di Rienzo (con il suo corposo e inconfutabile testo relativo agli interessi inglesi) o Davis (“la tesi dell’arretratezza borbonica fu inventata dagli artefici dell’unificazione per coprire i loro fallimenti”) o Gangemi (di prossima pubblicazione un documentatissimo studio sulle tantissime vittime meridionali) per non dire dei nostri testi forse “neoborb”, ma nei quali le fonti archivistiche sono sempre presenti e numerose. Esempi? Uno su tutti quello delle gabbiette con le teste dei briganti che non erano briganti. Qui, però, è troppo facile pensare alla storia del dito e della luna: non sappiamo chi abbia creato e diffuso quella fotografia con le teste decapitate riferendole al nostro brigantaggio, ma sappiamo, però, che nella Busta 60 del Fondo Brigantaggio dell’Archivio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito Italiano, un documento riporta le parole scritte da un ufficiale sabaudo per evitare la diffusa pratica della decapitazione dei briganti uccisi (“pratica legata alla comodità di trasporto” delle vittime). Falsa quella foto, ma vera la notizia ed è vergognoso non che qualcuno abbia usato quella fotografia, ma che qualcun altro per oltre un secolo e mezzo abbia ignorato o cancellato quella notizia e forse dovremmo anche ringraziare l’autore di quel fotomontaggio per aver divulgato la stessa notizia. Falsa, allora, anche la fotografia di Angelina Romano che gira sul web, ma non falsa la verità che essa sottolinea e che per oltre un secolo e mezzo gli accademici avevano ignorato o nascosto (i documenti sono chiari e parlano di una bambina di 9 anni uccisa dai “militibus regis Italiae”). Ed è vergognosa ancora una volta non la fotografia ma la notizia occultata o ignorata per tutti questi anni. Il motivo di tutto questo? “Una visione consolatoria e vittimaria”. Preferiamo evitare di parlare di grammatica italiana e dell’aggettivo che il dottorando usa anche nei suoi testi (“vittimario” è un sostantivo riferito, nella Roma antica, “al personale subalterno addetto all’azione sacrificale”), ma sulla tesi della “auto-consolazione” e del “rifugio in un’età mitica” sono necessari diversi spunti ovviamente “saltati” da conduttrice e intervistato. Premesso che nessun neoborbonico pensa di scappare dal presente per rifugiarsi nel passato, da circa 30 anni le nostre ricerche sono finalizzate ad evidenziare la drammatica continuità delle scelte delle classi dirigenti italiane che nel 1860 hanno creato una questione meridionale mai conosciuta prima e che per oltre un secolo e mezzo non sono state capaci di risolvere questioni meridionali sempre più drammatiche soprattutto per il nostri giovani e questo secondo aspetto cancella anche i dubbi di qualcuno che magari non condivide il primo aspetto (sparlano dei Borbone ma hanno avuto 160 anni per risolvere i problemi del Sud e delle due l’una: o sono incapaci le classi dirigenti o sono “inferiori” i soliti meridionali “brutti sporchi e cattivi”). Detto questo, allora, non è casuale che durante la trasmissione, come durante i tanti convegni organizzati sui “neoborb”, ma senza i “neoborb”, non si parli della questione meridionale e della sua attualità (altro che quel generico “clima di anti-politica” come giustificazione alla nascita dei “neoborb”). Qui di “auto-assolutorio” c’è solo l’atteggiamento delle classi dirigenti nazionali e locali (intellettuali e “formatori” accademici inclusi) ai quali, evidentemente, non importa poi così tanto della risoluzione della questione meridionale e questa non è un’ipotesi, ma una certezza confermata da oltre un secolo e mezzo di tesi storiche e scelte politiche che non l’hanno risolta, mentre i “neoborb” da 160 anni non amministrano neanche un condominio di casa loro e non detengono quel monopolio della cultura “ufficiale” citato prima. Ovvio, allora, che non si sia parlato magari degli 840 miliardi sottratti dal Nord al Sud solo negli ultimi 17 anni (dati-Svimez, febbraio 2020) o della diaspora dei meridionali iniziata nel 1870 e mai finita con centinaia di migliaia di giovani emigrati in questi anni. Ovvio che non si sia parlato di quella Lega (Nord) che ha governato e governa a livello locale e nazionale e che ha condizionato e condiziona le scelte di partiti e governi. Ovvio che non si sia parlato neanche del “partito unico del Nord”, forte, compatto e trasversale e che fa sempre e comunque gli interessi del Nord, dai recenti “regionalismi differenziati” (“secessione dei ricchi”) ai prossimi finanziamenti del Recovery Fund (34% al Sud mentre gliene spetterebbe il doppio).
E così diventa involontariamente tragicomica anche la conclusione: “parleremo ancora di quel pezzo di Italia che fa fatica a riconoscersi in una comune identità nazionale”, mentre è vero l’esatto contrario. Gli studi (e il dito) dovrebbero essere puntati sull’altra parte dell’Italia, quella che dice (solo) di riconoscersi in quella comune identità e poi penalizza o magari insulta il Sud, quella che fa le trasmissioni contro i neoborbonici senza chiedersi e senza chiedere ai neoborbonici cosa vogliono davvero e quali sono i loro veri obiettivi (si chiamerebbe “democrazia” e renderebbe forse anche più interessanti le trasmissioni di una tv che sarebbe comunque ancora pubblica). Su tutto, però, prevale il nostro ringraziamento per l’ulteriore, ennesima e gratificante attestazione del successo dei neoborbonici che, senza alcun dubbio e senza alcuna pausa, continueranno le loro difficili ma evidentemente importanti attività.
Prof. Gennaro De Crescenzo
Presidente-Movimento Neoborbonico

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DAI NOSTRI SERVIZI PER NIENTE SEGRETI.
Giusto per capire con chi abbiamo a che fare, il dottorando intervistato ha fatto ricerche sui nostri spazi social. Noi ne abbiamo fatta una empirica sui suoi spazi social pubblici con una breve e divertente premessa: gli accademici che organizzarono una petizione online contro il giorno della memoria, nonostante il coinvolgimento di studenti e media, arrivarono a circa 1500 firme (i promotori del giorno della memoria a oltre 10.000). Sul profilo dell’intervistato risultano circa 30 post dedicati a temi “storici”: la media è di circa 9 like. Di maggior successo i suoi post legati ad una delle sue attività (guida turistica nella meravigliosa Puglia) o ad eventi singoli (con picchi di 18 like per un -ottimo- post su Maradona e di circa 50 like per un panino di un -evidente- ottimo livello in un pub a Polignano). 2 i like di un post relativo ad un video-convegno su Pontelandolfo, circa 700 le visualizzazioni totali: se nel nostro mondo contassimo (con i loro mezzi, compresi dottorandi, borse di studio, media, cattedre e istituti culturali vari) questi numeri, tutti noi saremmo già in preda alla depressione più cupa, abituati come siamo, ormai, a medie di tante migliaia di lettori (e picchi anche di oltre un milione di visualizzazioni)……
Come disse un nostro compianto compatriota. “RAI Storia è una delle fortezze della menzogna che prima o poi espugneremo con la verità”.

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NAPOLI – IL CROLLO DELL’ARCO BORBONICO

Le cronache locali ed i social sono pieni di quanto è accaduto sul Lungomare Partenope di Napoli: il crollo dell’arco borbonico. Ma, più che altro, sono polemiche circa la natura di quell’emergenza storica, non tanto di come e perché si è preferito perdere per sempre un testimone importante di una storia probabilmente troppo scomoda da ricordare. Ed allora, per meglio giustificare la sua perdita, qualcuno ha preferito definirlo “il chiavicone” anziché approdo alternativo del “popolo avascio”, quando era tanto basso quanto importante per un Governo di illuminati dal Signore e non dalle massonerie più o meno giacobine. Pertanto meglio definirlo “sporco ed inutile da curare nell’aspetto” perché solo il terminale di una fogna, tra l’altro ancora perfettamente funzione e senza manutenzione da qualche secolo. E anche se fosse stato solo uno scarico puzzolente, è come dire che la “cloaca massima” di Roma, prima sistema fognario nella storia dell’umanità, siccome non profuma è meno importante del Colosseo. Peccato che nella storia tutto è importante se gli si dà il giusto peso.

Arco Borbonico#001

Tuttavia, nonostante il bailamme delle cronache, il vero problema non sta nella natura del monumento crollato, perché così, come l’arco borbonico, nel nostro Sud si stanno perdendo decine e decine di altre testimonianze storiche “più altolocate”. Ponti, porti, torri di avvistamento, fari, palazzi, regie, carceri, castelli, monumenti ed antichi acquedotti, in molti casi rigorosamente borbonici, sono lasciati all’incuria più totale ed alla loro distruzione lenta, ma inesorabile. Solo trascuratezza, pressappochismo, mancanza di fondi oppure qualcos’altro? Come accennato, tali monumenti danno fastidio, sono un oltraggio all’ideologia della menzogna, sono la testimonianza scomoda e concreta della gestione corretta di uno Stato, quello dei Borbone, e pertanto vanno contro gli interessi di chi costruisce oggi per far crollare domani, prendendo il doppio del suo valore reale. Ponte Morandi ne può essere un esempio, ma ce ne sarebbero molti altri. Eppure, a loro dispetto, l’arco borbonico si è mantenuto eroicamente per anni nonostante ridotto “su un piede solo”, in una lenta agonia che toccava il cuore anche ai più distratti passanti e c’è voluta una mareggiata “forza 8” per colpirlo a morte e fallo cadere, quando però il mare si era oramai calmato. Proprio come fa un eroe che compie il suo dovere di testimonianza fino all’ultimo, morendo quando la battaglia è oramai terminata, lasciando ai posteri il frutto del suo sacrificio.
Quell’arco crollato è il testimone di quanto interesse ha l’attuale classe dirigente, soprattutto meridionale, di fare a pezzi la storia, la cultura e la dignità di un popolo colpito non solo nell’economia, ma anche e soprattutto nella memoria e nell’orgoglio di appartenenza. Il vero motivo di una depressione sociale che, se non si risolverà in qualche modo, non ci consentirà giammai di alzare la testa dallo stato di sudditanza, anche politica, in cui siamo stati sprofondati dal 1861. “Ai napoletani non gli lasceranno nemmeno gli occhi per piangere”. Così è stato e così è ancora.

Arco Borbonico 2#001

CROLLATO IL MOLO BORBONICO.
UNA VERGOGNA PER CHI POTEVA E DOVEVA IMPEDIRLO.
Nonostante gli appelli e le denunce di associazioni e movimenti, nella serata del 2 gennaio 2021 sono crollati i resti dell’antico approdo borbonico utilizzato per due secoli dai pescatori e valorizzato con altre funzioni sempre in epoca borbonica. Quando non si conserva la memoria storica non si ama la propria terra. Da troppo tempo abbiamo amministratori locali e nazionali senza consapevolezza e, per conseguenza, senza orgoglio. Comune, soprintendenza, regione… Tutti noi avremmo il diritto e il dovere di conoscere i colpevoli di questo piccolo, ma significativo ed ennesimo scempio ai danni dell’antica capitale del Regno delle Due Sicilie.
Movimento Neoborbonico.

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A Formia per ricordare la storia

Sabato 19 dicembre 2020, a Formia, è stata scoperta una targa che ricorda la “Dogana Indipendente delle Due Sicilie” e il connesso “Ufficio Daziario”. Un’iniziativa guidata dal nostro compatriota e Rappresentante del Movimento Neoborbonico per il Golfo di Gaeta Daniele Iadicicco, coadiuvato dalle associazioni locali Terra Aurunca, Centro Studi Storici Archivistici di Formia e dal WebProgens e alla presenza del Duca Massimo Patroni Griffi e del Dott. Raffaele Capolino.
Il sistema doganale sia terrestre che portuale del Regno delle Due Sicilie, faceva parte di una complessa ma funzionale architettura commerciale che tutelava le produzioni interne e ne facilitava l’esportazioni, ma solo per le eccedenze perché doveva prima essere soddisfatta la richiesta interna. Fu tra gli elementi portanti del decollo economico-commerciale e, quindi, finanziario di uno Stato ridotto alla miseria dal precedente vicereame austriaco. In pochi anni il Regno dei Borbone risalì la china economica in cui era stato sprofondato, per raggiungere livelli commerciali internazionali inimmaginabili senza, peraltro, sfruttare le classi rurali ed operaie, né sottoponendo il popolo ad insostenibili balzelli. Una politica che solo di fronte all’attuale aberrazione liberista e capitalista gli storici stanno cominciando a studiare, comprendere e ad apprezzare.
Segnare con una lapide, come ha fatto in nostro compatriota, ciò che ancora resta di questa formidabile struttura, è fondamentale per recuperare la nostra memoria storica confusa e dispersa da una mitologia risorgimentale lontana dalla verità storica.

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Borbone o Borboni ?

Della questione si è già ampiamente dibattuto in passato, tuttavia nonostante un progressivo adeguamento dei mass media e degli scrittori, ogni tanto emerge il problema, soprattutto quando qualche giornalista, non sempre in buona fede, sfoggia di tutto il suo sapere, spesso di fonte giacobina, riproponendo i soliti luoghi comuni sui “Borboni tiranni e ignoranti”.
Pertanto è opportuno riprendere, seppur brevemente, l’argomento anche per considerare i recenti elementi forniti dai nostri ricercatori storici.
Va necessariamente premesso che è comprensibile se chi da molto tempo ha adottato un certo modo di dire errato, nel caso “Borboni”, sia ora poco propenso a cambiare idea ed avvalori con prove apparentemente inconfutabili le proprie considerazioni.
Quando, però, le proprie tesi cadono di fronte all’insufficienza ed alla limitazione delle prove fornite, occorre essere obiettivi ed accettare con serenità quello che per decenni, se non per secoli, è stata una distorsione, forse anche involontaria, di un nobile cognome.
Tanto per cominciare, va considerato che un errore antico ed abbastanza diffuso è stato quello di trasportare brutalmente in italiano parole latine, ed in questo caso nomi, lasciandone la declinazione. Sappiamo bene che nella lingua italiana non è possibile declinare al plurale un cognome, si rischia di citarne un altro. Di esempi ne abbiamo molteplici: Fornaro – Fornari; Visconte – Visconti; Vitali – Vitale ecc. Ma alcuni cattedratici “patentati” portano quale deroga a questa regola le famose due citazioni che Ferdinando II fece sul termine “Borboni”. Proposte da costoro quale unica prova, tali isolate citazioni non sono sufficienti a modificare o a derogare una regola grammaticale rigorosa, anche perché nemmeno un re lo può fare. A meno che non cambi il cognome, perché di questo si tratterebbe.
Tuttavia non si può escludere che quanto isolatamente scritto da S.M. Ferdinando II di Borbone potrebbe essere un errore di battitura oppure una necessità di comprendere soggetti dei vari rami francesi della Famiglia, polverizzata fino a disperdersi in mille rivoli di cui non c’erano più legami di parentela. In questo caso e solo in questo potrebbe essere tollerato un plurale tra diversi rami familiari ma, come affermò il Prof. Giuseppe Cicala, docente di Storia Antica dell’Università Federico II di Napoli: “Se fai il plurale dei Borbone devi comunque scrivere borboni in minuscolo perché non è più un cognome”. Infatti, per essere precisi, “Borboni” è un altro cognome che fa riferimento ad una casata totalmente diversa, seppur presente in Francia ed in Spagna. Il rischio, quindi, potrebbe essere che nel dire “i Borboni di Francia” ci si riferisca ad una ben definita altra famiglia che con i Borbone di Francia che intendiamo noi, nulla hanno a che fare.
Tra l’altro non si può nemmeno escludere un iniziale errore tipografico in una città, Napoli, dove le finali anche se scritte, spesso sono tronche e, quindi, la “i” dell’articolo, spesso induce, come regola parlata, di ripeterla alla fine del nome. Tenuto conto di ciò, niente di più facile che un improprio tentativo di trasporto in italiano de “i Borbon’, abbia generato “i Borboni”. Infatti, in alcune canzoni, qualora l’articolo determinativo è “lù”, troviamo “ lù Burbone”, qualora è “li”, “li Burbuni” .
Inoltre, è da tenere presente che i due riferimenti su quanto il re avrebbe scritto, appaiono assolutamente insignificanti rispetto alla mole veramente impressionante di casi (tutti) in cui la Dinastia viene regolarmente riportata con la versione “Borbone”, come sistematicamente fa lo stesso Ferdinando II.
In conclusione è da dire che rari esempi di cognomi coniugati al plurale in epoca antica, quale giustificazione di “Borboni”, sono talmente datati che si giunge ai primordi della lingua italiana, quando poca e confusa era la definizione dei nomi.

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Studenti Emigranti

STUDENTI EMIGRANTI: DUE PAROLE E DUE NUMERI PER IL MINISTRO MANFREDI

UNI Federico II

DUE PAROLE E DUE NUMERI PER IL MINISTRO MANFREDI (DISPIACIUTO PER LO STOP ALL’EMIGRAZIONE DEI GIOVANI UNIVERSITARI DEL SUD). Alcune regioni del Sud stanno sostenendo i ragazzi del Sud per non farli emigrare nelle università del Nord con ottimi provvedimenti e riduzioni delle tasse e dei costi dei servizi soprattutto in Sicilia e in Puglia. “Così non si garantisce la libertà di scelta: è un principio di diseguaglianza, lontano da una logica di uniformità nazionale”. Sono le parole del Ministro Gaetano Manfredi, campano, già Rettore dell’Università Federico II.
Caro ministro, lei parla di “uniformità nazionale e di diseguaglianza” se le regioni (dopo i drammi di partenze e rientri durante l’emergenza) tentano di fare qualcosa per evitare eventualmente quei drammi ed iniziare l’inversione di una tendenza che vede i giovani meridionali emigrare da oltre 150 anni. Caro ministro, quale uniformità&eguaglianza ritrova nei dati di queste emigrazioni universitarie e lavorative che stanno desertificando il Sud? Quale uniformità&eguaglianza tra quei giovani ai quali da oltre 150 anni spetta la metà dei diritti, del lavoro, dei servizi o delle speranze di quelli del resto dell’Italia e dell’Europa? Quale uniformità&eguaglianza in quel 42,3% di risorse destinate alle università del Nord a fronte di quel 30% destinato a quelle del Sud? Quale uniformità& eguaglianza tra quei 400 milioni assegnati a Padova o a Bologna e i 100 assegnati in Calabria? Aiutare i giovani a non partire (più) magari rafforzando le università meridionali non rappresenta la risoluzione della questione meridionale ma di sicuro è un segnale positivo. Altro che “libertà di scegliere”: se quei ragazzi se ne vanno è perché al Sud da oltre 150 anni non hanno quello che gli spetta e che classi dirigenti (politici o “formatori”) non gli hanno mai assicurato. E se le università del Sud risultano agli ultimi posti in tante classifiche le colpe saranno di politici, docenti e rettori e di certo non di quei ragazzi. Altro che “libertà di scegliere”: quei 175.000 ragazzi “emigranti” rappresentano un danno enorme “sul piano economico sociale e costano al Mezzogiorno tre miliardi di euro all’anno” (Svimez). E forse è questo il motivo per il quale i rettori del Nord non sono molto felici di queste mancate emigrazioni ed è il motivo per il quale un ministro campano e italiano dovrebbe esserlo, se vogliamo finalmente e veramente iniziare ad assicurare pari diritti al Nord come al Sud.
Gennaro De Crescenzo

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