
Da sempre, tra i tecnici e gli specialisti a stretto contatto con i documenti o le pietre, prevale la verità storica e spesso espongono tesi molto simili a quelle “neoborboniche” senza essere influenzati o condizionati da ideologie e preconcetti. È il caso, ad esempio, qualche settimana fa, di Uberto Siola, docente e già preside della Facoltà di Architettura. In un articolo sul Mattino a proposito dell’idea di un Volturno navigabile scrive questo.
“Come sono lontani i tempi in cui i Borbone, introducendo il tema dei Regi Lagni, giravano completamente la prospettiva ed il ruolo del sistema fluviale introducendo il tema della loro percorribilità e quindi di un diverso assetto dell’intero territorio interno. E da quella cultura ci viene un altro insegnamento, ad essere precisi. Perché mentre si pensava ad opere di valenza territoriale, come appunto i sistemi d’acqua, si manteneva in vita la tradizione e la cultura dei grandi monumenti di architettura. Forse quella dei Borbone è stata una delle ultime esperienze in cui la cultura dell’architettura e la sensibilità dei temi del territorio hanno convissuto felicemente“.
Come diciamo da tempo anche noi, i Borbone, allora, governavano con due caratteristiche precise e costanti: l’amore per la propria terra con un vero senso di appartenenza e la capacità di ragionare “in grande” tra orgoglio e ambizioni. Tutti elementi assenti nelle classi dirigenti successive dal 1860 al 2026.
Nell’immagine, lo splendido quadro di Giovanni Serritelli (1858) con l’avveniristica e preziosa deviazione del fiume Sarno ad opera dei Borbone.
Gennaro De Crescenzo
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